La sera del 29 luglio 1900 a Monza si consumò uno dei più drammatici episodi della storia italiana: l’anarchico Gaetano Bresci, rientrato dagli Stati Uniti con un preciso intento di vendetta, uccise il re Umberto I con alcuni colpi di pistola. Il sovrano si trovava presso la società sportiva “Forti e Liberi” per assistere alla premiazione di un concorso ginnico quando, verso le 22:30, mentre saliva sulla carrozza reale per fare ritorno alla Villa Reale di Monza, Bresci si fece largo tra la folla festante ed esplose tre o quattro colpi di pistola (le fonti non concordano sul numero esatto). I proiettili colpirono il re alla spalla, al polmone e al cuore, uccidendolo all’istante. Bresci non tentò la fuga lasciandosi arrestare dal maresciallo dei carabinieri Andrea Braggio senza opporre resistenza. Fu lo stesso militare a salvarlo dal linciaggio della folla inferocita. Quando una donna del popolo gli gridò “Hai ucciso Umberto”, l’anarchico rispose freddamente: “Non ho ucciso Umberto. Ho ucciso un re. Ho ucciso un principio”.
I Due Attentati Precedenti a Umberto I
Umberto I aveva già subito due precedenti tentativi di attentato. Il primo avvenne il 17 novembre 1878 a Napoli ad opera di Giovanni Passannante, un cuoco anarchico di 29 anni originario di Salvia di Lucania. Mentre il re era in carrozza con la regina Margherita e il presidente del Consiglio Benedetto Cairoli, Passannante si scagliò contro di lui armato di un piccolo coltello gridando “Viva Orsini, viva la repubblica universale”. Riuscì solo a ferire leggermente il sovrano al braccio, mentre Cairoli fu ferito più gravemente a una gamba nel tentativo di fermare l’attentatore.
Il secondo attentato ebbe luogo il 22 aprile 1897 a Roma per mano di Pietro Acciarito, un fabbro anarchico di 26 anni. Durante le corse ippiche presso l’ippodromo delle Capannelle, organizzate per il 29° anniversario del matrimonio del re con la regina Margherita, Acciarito si lanciò contro la carrozza reale armato di pugnale. Il re riuscì a schivare il colpo e rimase illeso, mentre l’attentatore fu arrestato dopo aver graffiato appena la carrozza. Curiosamente, il padre di Acciarito, preoccupato per le idee del figlio, aveva avvertito la polizia dell’imminente attentato.
La Detenzione Disumana di Passannante
La sorte di Giovanni Passannante fu atroce. Condannato inizialmente a morte, la pena fu commutata dal re in ergastolo. Fu rinchiuso prima nel carcere di Portoferraio all’Isola d’Elba, in una cella alta solo un metro e quaranta centimetri, completamente al buio e sotto il livello del mare. Passannante trascorse anni incatenato con una catena di diciotto chili, impossibilitato a muoversi, senza contatti con l’esterno e senza libri. Le condizioni disumane della sua detenzione furono denunciate dal deputato Agostino Bertani e dalla giornalista Anna Maria Mozzoni. La dura prigionia fece impazzire Passannante, che fu poi trasferito al manicomio criminale di Montelupo Fiorentino, dove morì nel 1910.
Da Salvia di Lucania a Savoia di Lucania
Il comune natale di Passannante, Salvia di Lucania, fu costretto a subire un’umiliazione simbolica. Dopo l’attentato, una delegazione lucana guidata dal sindaco Giovanni Parrella si recò dal re per esprimere condanna dell’accaduto. Umberto I rassicurò il sindaco dicendo che “Gli assassini non hanno patria!”, ma i rappresentanti della corona imposero il cambio del nome del paese per dimostrare fedeltà alla monarchia. Con regio decreto del 3 luglio 1879, Salvia di Lucania divenne Savoia di Lucania, nome che conserva ancora oggi, sebbene i suoi abitanti continuino a chiamarsi salviani.
Le Motivazioni di Gaetano Bresci
Gaetano Bresci, tessitore pratese emigrato a Paterson nel New Jersey, maturò la sua decisione omicida dopo aver appreso della repressione dei moti di Milano del maggio 1898. Il generale Bava Beccaris aveva fatto sparare i cannoni sulla folla che protestava per il carovita, causando 80 morti e 450 feriti. Umberto I non solo aveva autorizzato la repressione, ma aveva anche decorato il generale con la “Gran Croce dell’Ordine Militare di Savoia” per i “servizi resi al paese”. Bresci vide in questo gesto la prova della responsabilità diretta del sovrano nelle stragi e decise di tornare in Italia per vendicare le vittime.
Il Processo e i Rifiuti della Difesa
Bresci fu inizialmente difeso d’ufficio dall’avvocato Luigi Martelli. Tuttavia, il regicida chiese di essere difeso da Filippo Turati, leader del Partito Socialista. Turati rifiutò l’incarico per non compromettere il percorso legalitario del partito socialista e per evitare che venisse strumentalizzato. Durante un colloquio in carcere con Bresci, Turati giustificò il rifiuto sostenendo di non esercitare più la professione legale da dieci anni. La difesa fu quindi assunta dall’avvocato Francesco Saverio Merlino, che aveva già difeso altri anarchici come Errico Malatesta, Carlo Cafiero e Andrea Costa. Nel processo, Merlino lamentò di aver ricevuto gli atti solo il giorno precedente all’udienza e di non aver avuto tempo sufficiente per studiarli, denunciando l’irregolarità del procedimento. Il processo si concluse in sole dieci ore con la condanna di Bresci all’ergastolo e sette anni di segregazione cellulare.
La Morte Misteriosa
Dopo essere stato trasferito prima a La Spezia e poi a Portoferraio, Bresci fu condotto al carcere dell’Isola di Santo Stefano il 23 gennaio 1901. Gli fu assegnata una cella speciale con il numero 511 e fu tenuto sotto costante sorveglianza. Il 22 maggio 1901, alle ore 14:55, il corpo di Bresci fu trovato impiccato nella sua cella con un asciugamano, il cui possesso era però vietato. Le circostanze della morte furono altamente sospette. I medici chiamati per l’autopsia trovarono il cadavere in avanzato stato di putrefazione, “come se fosse morto da alcuni giorni”. Bresci non aveva mostrato segni di sconforto o tendenze suicide; anzi, il suo avvocato Merlino stava preparando una richiesta di revisione del processo e negli ambienti anarchici si sperava in una sua evasione. Bresci aveva inoltre messo da parte del cibo per la cena e stava risparmiando denaro da inviare alla compagna. Sandro Pertini, nelle sue memorie, avvalorò l’ipotesi dell’omicidio ad opera delle guardie carcerarie, dichiarando davanti all’Assemblea Costituente nel 1947: “Non è vero che si sia suicidato: prima l’hanno ammazzato di botte e poi hanno attaccato il cadavere all’inferriata”.
Le Reazioni Internazionali
L’assassinio di Umberto I suscitò reazioni in tutta Europa e oltre oceano. Già all’indomani del 29 luglio, la ricerca di complici si estese oltre i confini italiani, raggiungendo gli Stati Uniti. Inizialmente le autorità americane si mostrarono riluttanti a collaborare, temendo di accreditare un’immagine degli Stati Uniti come rifugio di terroristi europei. Il capo della polizia di New York arrivò a negare pubblicamente l’esistenza di gruppi anarchici attivi sul suolo americano. Tuttavia, solo quattro giorni dopo l’assassinio, il procuratore generale del New Jersey fece sapere ai magistrati italiani di aver accertato l’inesistenza di qualsiasi complotto. L’eco dell’attentato si fece sentire anche dopo la morte di Bresci: quando il presidente americano McKinley fu assassinato a Buffalo il 14 settembre 1901, la stampa locale attribuì immediatamente l’atto agli anarchici italiani, accusa poi smentita. Tuttavia, il clima di sospetto verso gli anarchici italiani in America contribuì successivamente al caso di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, condannati a morte nel 1927 in quello che divenne uno dei più famosi errori giudiziari della storia.
Il Rapporto tra la Monarchia Sabauda e Prato
Il difficile rapporto tra la monarchia sabauda e la città di Prato dopo l’attentato si manifestò in vari modi. Gaetano Bresci era originario di Coiano, frazione di Prato, e la sua azione gettò un’ombra sulla città toscana. Nonostante ciò, paradossalmente, nel 1924 anche Prato conferì la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini, come molte altre città italiane durante i primi anni del regime fascista. Questo riconoscimento è rimasto in vigore per oltre un secolo, fino a quando nel 2025 l’amministrazione comunale ha deciso di revocarlo, seguendo l’esempio di numerose altre città italiane.
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