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Cos’è il massacro di Sabra e Shatila

Cos'è il massacro di Sabra e Shatila
Cos'è il massacro di Sabra e Shatila

Il 16 settembre 1982, mentre Beirut cercava di riprendersi dall’invasione israeliana iniziata tre mesi prima, le milizie cristiano-falangiste delle Forze Libanesi guidate da Elie Hobeika entrarono nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila. Per tre giorni ininterrotti, fino alla mattina del 18 settembre, quelle strade polverose e sovraffollate divennero teatro di uno dei massacri più efferati della storia contemporanea del Medio Oriente.

Le premesse: l’Operazione “Pace in Galilea”

Il 6 giugno 1982, Israele lanciò l’operazione “Pace in Galilea”, invadendo il Libano meridionale con l’obiettivo dichiarato di eliminare la minaccia rappresentata dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), che aveva stabilito le proprie basi nel paese dei cedri. In una settimana, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) raggiunsero la periferia di Beirut, dando inizio a un assedio che si protrasse per settimane. Le radici del conflitto affondavano nella complessa storia del movimento palestinese e nella guerra civile libanese. Dopo la Nakba del 1948 e la guerra arabo-israeliana, oltre 100.000 rifugiati palestinesi si riversarono in Libano, mentre altri si stabilirono in Giordania e nella Striscia di Gaza. Nel corso degli anni, organizzazioni armate palestinesi come al-Fatah, fondata nel 1954 da Yasser Arafat, utilizzarono il territorio libanese come base per condurre raid contro Israele. Gli obiettivi dell’invasione israeliana del 1982 erano molteplici: eliminare la presenza dell’OLP in Libano, ridurre drasticamente l’influenza della Siria sul paese e favorire l’insediamento a Beirut di un governo cristiano filoisraeliano. Dopo settimane di bombardamenti e combattimenti, l’inviato americano Philip Habib negoziò un cessate-il-fuoco definitivo che comportò l’espulsione dell’OLP dal Libano sotto la supervisione di una forza multinazionale composta da truppe americane, francesi e italiane. Habib ottenne assicurazioni cruciali: il primo ministro israeliano Menachem Begin garantì che i soldati israeliani non sarebbero entrati a Beirut Ovest e non avrebbero attaccato i palestinesi nei campi profughi. Il neo-eletto presidente libanese, Bashir Gemayel, leader delle Falangi cristiano-maronite, promise che i falangisti non si sarebbero mossi. Inoltre, il Ministero della Difesa statunitense assicurò la presenza di un contingente militare a protezione dei civili palestinesi.

L’assassinio di Bashir Gemayel e l’ingresso nei campi

Il fragile equilibrio si infranse il 14 settembre 1982, quando Bashir Gemayel fu ucciso in un attentato al quartier generale della Falange nel quartiere cristiano di Ashrafiyyeh. Una bomba, piazzata da Habib Shartouni, membro del Partito Nazionalista Sociale Siriano e contrario all’alleanza di Gemayel con Israele, seppellì il presidente eletto insieme ad altri 26 dirigenti falangisti. La vendetta dei falangisti non tardò ad arrivare. Il giorno seguente, il 15 settembre, violando gli accordi con gli Stati Uniti, l’esercito israeliano invase Beirut Ovest e prese il controllo dell’area circostante i campi profughi di Sabra e Shatila. L’IDF chiuse ermeticamente ogni via d’uscita dai campi, posizionò posti di osservazione sui tetti degli edifici circostanti e, intorno alle 18:00 del 16 settembre, permise alle milizie di Elie Hobeika di entrare. I campi erano privi di protezione militare: i combattenti dell’OLP erano già partiti settimane prima, in base agli accordi negoziati con la mediazione americana. Rimanevano solo civili: uomini, donne, bambini, anziani. Prevalentemente palestinesi, ma anche libanesi sciiti.

L’orrore: tre giorni di massacro

Quello che seguì fu un’orgia di violenza sistematica. Le milizie cristiano-falangiste rastrellarono i campi per 72 ore, illuminate di notte dai razzi lanciati dall’esercito israeliano che circondava l’area. Inizialmente sembravano cercare solo gli uomini, poi cominciarono a prendere anche le donne e ad assicurarsi che ci fossero i bambini. Il 17 settembre, mentre Sabra e Shatila erano ancora sigillati, alcuni osservatori indipendenti riuscirono ad entrare. Tra loro c’era il giornalista norvegese Gunnar Flakstad, che osservò i falangisti durante le operazioni di “pulizia”, mentre rimuovevano cadaveri dalle case distrutte. Molti corpi erano stati gravemente mutilati. Giovani uomini erano stati castrati, alcuni scalpati, su alcuni erano state incise croci cristiane. Il 18 settembre, quando le milizie finalmente lasciarono i campi, Robert Fisk del Times, Loren Jenkins del Washington Post e Karsten Tveit della televisione norvegese furono tra i primi giornalisti a entrare, guidati dalla giornalista libanese Nora Boustany. Quello che videro li perseguiterà per sempre.​ Robert Fisk scrisse nel suo celebre reportage: “Furono le mosche a farcelo capire. Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l’odore. Grosse come mosconi, all’inizio ci coprirono completamente, ignare della differenza tra vivi e morti”. Il suo resoconto continuava con dettagli agghiaccianti: “C’erano bambini – bambini anneriti perché erano stati massacrati più di 24 ore prima e i loro piccoli corpi erano già in stato di decomposizione – gettati in cumuli di spazzatura insieme a razioni militari americane abbandonate, equipaggiamento dell’esercito israeliano e bottiglie vuote di whisky”.​ Loren Jenkins del Washington Post fu altrettanto scioccato. “Sharon!” gridò tra i cadaveri. “Quel bastardo di Sharon! Questa è Deir Yassin daccapo”, riferendosi a un altro massacro di palestinesi avvenuto nel 1948. Jenkins intuì immediatamente che il ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon avrebbe dovuto sopportare una responsabilità per quell’orrore. La giornalista americana Janet Lee Stevens, che aveva vissuto a Beirut durante l’invasione e documentato gli eventi per varie pubblicazioni, visitò i campi dopo il massacro e raccolse interviste dettagliate con i sopravvissuti. In una lettera al marito, il dottor Franklin Lamb, descrisse scene strazianti: “Ho visto donne morte nelle loro case con le gonne sollevate fino alla vita e le gambe divaricate; dozzine di giovani uomini fucilati dopo essere stati allineati contro un muro di un vicolo; bambini con la gola tagliata, una donna incinta con lo stomaco squarciato, gli occhi ancora spalancati, il viso annerito che urlava silenziosamente di terrore; innumerevoli neonati e bambini piccoli che erano stati pugnalati o squartati e gettati in cumuli di spazzatura”. Stevens, consumata dal dolore per ciò che aveva visto e sentito, avrebbe continuato a documentare la tragedia palestinese fino alla sua morte nell’attentato all’ambasciata americana di Beirut il 18 aprile 1983, mentre era incinta del suo primo figlio.

Il bilancio delle vittime: numeri incerti

Il numero esatto delle vittime del massacro di Sabra e Shatila rimane tuttora controverso e impreciso, poiché molti corpi non furono mai recuperati e altri furono sepolti sommariamente. Le stime variano enormemente a seconda delle fonti. Il procuratore capo dell’esercito libanese parlò di 460 morti, mentre i servizi segreti israeliani stimarono circa 700-800 vittime. La Croce Rossa Internazionale fornì una cifra compresa tra 1.000 e 1.500 morti, mentre le fonti filo-palestinesi riportarono fino a 3.500 persone uccise. La commissione d’inchiesta israeliana menzionò una cifra di 328 morti secondo la Croce Rossa, ma altre fonti contestarono questa stima come eccessivamente conservativa. Secondo il giornalista Robert Fisk, il massacro degli arrestati continuò anche nei giorni successivi al 18 settembre, quando alcuni prigionieri furono portati allo stadio Cité Sportive e uccisi, i loro corpi occultati in fosse comuni.

Le responsabilità: dalla complicità alle dimissioni

L’indignazione internazionale fu immediata. Il 25 settembre 1982, circa 400.000 israeliani – circa il 10% della popolazione del paese – scesero in piazza a Tel Aviv in una delle più grandi manifestazioni della storia di Israele, organizzata dal movimento Peace Now, per protestare contro il massacro e chiedere un’inchiesta sul ruolo e le responsabilità di Israele. Sotto questa pressione popolare, il governo israeliano istituì la Commissione Kahan il 28 settembre 1982. Presieduta dal presidente della Corte Suprema Yitzhak Kahan, la commissione era composta dal giudice della Corte Suprema Aharon Barak e dal maggior generale della riserva Yona Efrat. La commissione condusse un’indagine di quattro mesi, ascoltando testimonianze di membri dell’esercito, medici e vertici politici e militari. L’8 febbraio 1983, presentò il suo rapporto finale, che fu reso pubblico simultaneamente in ebraico e inglese dal portavoce Bezalel Gordon.​ Le conclusioni della Commissione Kahan furono lapidarie e controverse. La commissione stabilì che la “responsabilità diretta” del massacro ricadeva sui falangisti, in particolare su Elie Hobeika e Fadi Frem, leader delle Forze Libanesi. Nessun israeliano fu ritenuto “direttamente responsabile”. Tuttavia, Israele fu giudicato “indirettamente responsabile” per non aver previsto e prevenuto il pericolo di un massacro. La commissione scrisse: “La decisione sull’ingresso dei falangisti nei campi profughi fu presa senza considerare il pericolo – che i decisori e gli esecutori della decisione erano obbligati a prevedere come probabile – che i falangisti avrebbero commesso massacri e pogrom contro gli abitanti dei campi, e senza un esame dei mezzi per prevenire questo pericolo”. Inoltre, “quando cominciarono ad arrivare rapporti sulle azioni dei falangisti nei campi, non fu prestata la dovuta attenzione a questi rapporti, non furono tratte le conclusioni corrette e non furono intraprese azioni energiche e immediate per fermare i falangisti e porre fine alle loro azioni”. Il ministro della Difesa Ariel Sharon fu ritenuto “personalmente responsabile” per “aver ignorato il pericolo di spargimento di sangue e vendetta” e per “non aver preso misure appropriate per prevenire lo spargimento di sangue”. La commissione raccomandò che Sharon fosse rimosso dalla carica di ministro della Difesa e dichiarò: “Abbiamo stabilito che il ministro della Difesa ha la responsabilità personale. A nostro parere, è giusto che il ministro della Difesa tragga le conseguenze personali derivanti dai difetti emersi per quanto riguarda il modo in cui ha scaricato i doveri del suo ufficio”. Anche il primo ministro Menachem Begin fu ritenuto responsabile per non aver esercitato un maggiore coinvolgimento nella questione. Il capo di Stato Maggiore della difesa, il tenente generale Rafael Eitan, fu giudicato colpevole di non aver dato gli ordini appropriati per prevenire il massacro.​ Inizialmente, Sharon tentò di rimanere in carica e Begin rifiutò di licenziarlo. Ma Sharon fu costretto a dimettersi da ministro della Difesa nel febbraio 1983, dopo la morte di Emil Grunzweig, un attivista di Peace Now ucciso da una granata lanciata contro i dimostranti che lasciavano una manifestazione organizzata dal movimento pacifista. Sharon rimase comunque nel governo come ministro senza portafoglio. La sua carriera politica non fu definitivamente compromessa: nel 2001 sarebbe diventato primo ministro di Israele. Elie Hobeika, il comandante falangista che guidò le milizie durante il massacro, non fu mai arrestato, processato o condannato. Riuscì persino a diventare ministro nel governo libanese filo-siriano negli anni ’90. Nel gennaio 2002, poco prima di testimoniare sul massacro di Sabra e Shatila in un tribunale belga che stava indagando su Ariel Sharon per crimini di guerra, Hobeika fu assassinato in un attentato con autobomba nella sua casa a Beirut. Prima di morire, aveva dichiarato: “Sono molto interessato a che il processo inizi perché la mia innocenza è una questione chiave”.

Palestinesi in Libano: profughi della Nakba

Per comprendere perché migliaia di palestinesi vivevano nei campi profughi di Sabra e Shatila in Libano, e non a Gaza o in Cisgiordania, è necessario risalire alla Nakba del 1948 – la “catastrofe” palestinese. Durante la guerra arabo-israeliana del 1948, che seguì la fondazione dello Stato di Israele, circa 750.000 palestinesi furono espulsi o costretti a fuggire dalle loro case. Oltre il 60% della popolazione palestinese fu espulsa, più di 530 villaggi furono evacuati e completamente distrutti. I rifugiati palestinesi fuggirono in diverse direzioni: alcuni nei paesi limitrofi come Giordania, Siria e Libano, altri all’interno della Palestina stessa, stabilendosi in campi profughi costruiti dalle agenzie ONU. In Libano arrivarono oltre 100.000 profughi palestinesi tra il 1948 e gli anni successivi. Nel 1982, secondo i dati dell’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi), c’erano circa 270.000 rifugiati palestinesi in Libano. Lo status di rifugiato palestinese è unico perché è ereditario: i discendenti dei rifugiati del 1948 sono essi stessi considerati rifugiati. I campi profughi sono organizzati in tendopoli ma anche in sobborghi fatiscenti nelle periferie delle città dei paesi che li ospitano. Il numero dei rifugiati palestinesi registrati è cresciuto dalla cifra di 914.000 nel 1950 a oltre 5 milioni nel 2012. In Libano, i palestinesi vivevano in condizioni di estrema marginalità. Non potevano acquistare abitazioni, avevano accesso limitato ai servizi di base e vivevano in un limbo fatto di emarginazione sociale. Sabra e Shatila, alla periferia ovest di Beirut, erano due di questi campi: Sabra era un quartiere, Shatila un vero e proprio campo profughi. Erano luoghi sovraffollati dove famiglie intere vivevano ammassate in abitazioni precarie, dove i profughi della Nakba e i loro figli e nipoti mantenevano vivo il sogno del ritorno in Palestina.

Un’eredità di dolore

Quarant’anni dopo il massacro, Sabra e Shatila rimangono luoghi di memoria collettiva per i palestinesi. I campi profughi esistono ancora, sempre più sovraffollati, con condizioni sanitarie preoccupanti. Ogni anno, il 16 settembre, lunghe manifestazioni composte soprattutto da bambini e ragazzi vestiti con gli abiti tradizionali palestinesi si muovono fino al memoriale, ricordando non solo i 3.500 morti di quel settembre del 1982, ma anche le 41.000 vittime a Gaza e la condizione disperata del popolo palestinese disperso nei campi profughi del Medio Oriente. Nel dicembre 1982, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite definì il massacro un “atto di genocidio”. Una commissione indipendente presieduta da Sean MacBride, premio Nobel per la Pace, concordò con questa definizione e accusò le autorità israeliane e l’esercito di essere responsabili dei massacri. Tuttavia, nessun miliziano libanese né israeliano fu mai arrestato, processato o condannato per quegli eventi.​ Come scrisse una sopravvissuta di nome Kifah, che perse diversi membri della sua famiglia: “Corremmo, cercando di restare il più vicino possibile ai muri del campo. Fu allora che vidi i cumuli di cadaveri ovunque. Bambini, donne e uomini, mutilati o che gemevano dal dolore mentre morivano. I proiettili volavano ovunque. La gente cadeva tutt’intorno a me. Ho visto un padre usare il suo corpo per proteggere i suoi figli ma furono tutti colpiti e uccisi comunque”.

Leggi anche La Primavera di Praga: dalla protesta all’invasione Sovietica

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