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Sigonella: quando l’Italia disse no agli Stati Uniti

Il Presidente del Consiglio nel 1985 Benedetto "Bettino" Craxi e sullo sfondo la nave Achille Lauro
Il Presidente del Consiglio nel 1985 Benedetto "Bettino" Craxi e sullo sfondo la nave Achille Lauro

Ottobre 1985. Nel cuore del Mediterraneo si consuma una vicenda che sarebbe passata alla storia come uno dei momenti più intensi nei rapporti tra Italia e Stati Uniti nel secondo dopoguerra. Tutto inizia con il sequestro di una nave da crociera italiana, l’Achille Lauro, e si conclude con un confronto armato sfiorato su una pista siciliana, passando per complesse trattative diplomatiche che coinvolgono Roma, Washington, Il Cairo, Tel Aviv e le capitali arabe.

Il sequestro dell’Achille Lauro

Lunedì 7 ottobre 1985, alle ore 13:07, la nave da crociera italiana Achille Lauro lascia le acque egiziane diretta verso Israele. A bordo ci sono 201 passeggeri e 344 membri dell’equipaggio. La maggior parte dei passeggeri era scesa ad Alessandria per visitare le piramidi e avrebbe dovuto reimbarcarsi a Porto Said quella sera stessa. Quattro uomini armati di kalashnikov sovietici prendono il controllo della nave. Si tratta di Bassām al-ʿAskar, Aḥmad Maʿrūf al-Asadī, Yūsuf Mājid al-Mulqī e ʿAbd al-Laṭīf Ibrāhīm Faṭāʾir, membri del Fronte per la Liberazione della Palestina. Erano saliti a Genova con passaporti falsi ungheresi e greci. Il piano originario prevedeva di sbarcare ad Ashdod, in Israele, per compiere un attacco contro soldati israeliani, ma un cameriere entra nella loro cabina mentre stanno maneggiando le armi e i terroristi sono costretti a improvvisare, impossessandosi immediatamente della nave.​ Il comandante Gerardo De Rosa riesce comunque a inviare un segnale Mayday, captato in Svezia. I dirottatori puntano le armi contro il capitano e gli ordinano di dirigersi verso il porto siriano di Tartus. Chiedono la liberazione di 50 palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, minacciando di far saltare in aria la nave e di uccidere per primi i passeggeri americani e britannici.

L’omicidio di Leon Klinghoffer

A bordo dell’Achille Lauro si trova Leon Klinghoffer, un sessantanovenne newyorkese di religione ebraica. È costretto su una sedia a rotelle a causa di un ictus. Si trova sulla nave con la moglie Marilyn per celebrare il loro trentaseiesimo anniversario di matrimonio e il compleanno di lei. L’8 ottobre, dopo che la Siria ha negato l’autorizzazione all’attracco su pressione degli Stati Uniti e dell’Italia, la tensione esplode. Alle 15:00 circa, mentre la nave è al largo delle coste siriane, il terrorista Molqi ordina al cameriere portoghese Manuel De Souza di accompagnarlo mentre spinge Klinghoffer sul ponte scoperto, verso la poppa. Dopo aver rimandato De Souza all’interno, Molqi spara due colpi a Klinghoffer, uno alla testa e uno al petto. L’uomo muore istantaneamente. Molqi torna all’interno e ordina a De Souza e al parrucchiere italiano Ferruccio Alberti di gettare il corpo e la sedia a rotelle in mare. Marilyn Klinghoffer sente gli spari e il rumore di un tuffo, ma i dirottatori le dicono che suo marito è stato portato in infermeria per un malore. Apprenderà la verità solo dopo che i sequestratori avranno lasciato la nave a Porto Said. Molqi, con i vestiti macchiati di sangue, torna dagli altri terroristi e consegna il passaporto di Klinghoffer al comandante De Rosa.

Le trattative diplomatiche

A Roma si attiva immediatamente una complessa macchina diplomatica. Il presidente del Consiglio Bettino Craxi coordina le operazioni insieme al ministro degli Esteri Giulio Andreotti e al ministro della Difesa Giovanni Spadolini. Andreotti, grazie alla sua storica amicizia con il mondo arabo moderato, contatta il presidente siriano Hafiz al-Assad. Craxi si rivolge direttamente a Yasser Arafat, leader dell’OLP. Anche Washington si muove. Il presidente Ronald Reagan è furioso e vuole una risposta dura al terrorismo. Ordina il dispiegamento del SEAL Team Six e della Delta Force per un’eventuale operazione di salvataggio.​ Al Cairo, il presidente Hosni Mubarak collabora con gli italiani. È tramite i canali egiziani che si raggiunge Abu Abbas, membro del comitato esecutivo dell’OLP e capo del Fronte per la Liberazione della Palestina. Abbas viene inviato da Arafat come mediatore. Il 9 ottobre, via radio, Abbas convince i dirottatori a consegnare la nave in cambio di un salvacondotto verso la Tunisia. L’Achille Lauro si dirige verso Porto Said. Il comandante De Rosa, sotto la minaccia delle armi, comunica via radio che tutti i passeggeri stanno bene. È una menzogna imposta dai terroristi. La condizione per la trattativa è proprio l’assicurazione che nessuno sia stato ucciso. Craxi si prepara a celebrare quello che sembra un successo diplomatico, ma la verità emerge ben presto. Quando i passeggeri cominciano a sbarcare, la vedova Klinghoffer cerca disperatamente il marito. Il capitano le dice che suo marito è morto, ma non può dirle di più perché è esausto. La notizia dell’omicidio si diffonde rapidamente e cambia tutto.

La telefonata notturna all’Hotel Raphael

È notte fonda a Roma quando squilla il telefono all’Hotel Raphael. È Michael Ledeen, consulente del Consiglio di Sicurezza Nazionale americano, che cerca di contattare il presidente del consiglio Craxi per conto di Washington. Ledeen, storico di formazione e grande conoscitore dell’Italia, è un amico personale di Craxi dai tempi in cui il leader socialista era ancora un semplice funzionario di partito. Il presidente americano chiede a Craxi di far atterrare l’aereo su cui si trovano Abbas e i quattro terroristi a Sigonella. Reagan vuole che i terroristi vengano consegnati agli Stati Uniti ma Craxi risponde con fermezza: i dirottatori saranno processati in Italia, dove è stato commesso il crimine. La conversazione è tesa, ma Craxi coinvolge nella gestione del caso il ministro Andreotti, il sottosegretario Giuliano Amato, Spadolini e l’ammiraglio Fulvio Martini, direttore del SISMI. Craxi aveva preso un impegno con Mubarak: concedere un lasciapassare ad Abu Abbas in cambio della liberazione degli ostaggi. Ma nel frattempo l’Achille Lauro resta ferma a Porto Said, praticamente in ostaggio – formalmente per altri motivi – come garanzia che Abbas possa lasciare l’Italia.

L’intercettazione sul Mediterraneo

La sera del 10 ottobre, un Boeing 737 della Egypt Air decolla dal Cairo con a bordo i quattro dirottatori, Abu Abbas, un altro funzionario dell’OLP (Hani al-Hassan), agenti dei servizi di sicurezza egiziani e l’equipaggio. L’aereo è diretto in Tunisia, dove l’OLP ha trasferito il proprio quartier generale dopo la guerra del Libano. Ma gli americani sono in agguato. La CIA e i servizi israeliani hanno intercettato le comunicazioni e sanno esattamente cosa sta succedendo. Dalla portaerei USS Saratoga, ancorata nel Mediterraneo orientale, decollano quattro F-14 Tomcat dei reparti VF-74 “BeDevilers” e VF-103 “Sluggers”, supportati da un aereo radar E-2C Hawkeye e da aerei da rifornimento KA-6D. ​A 80 miglia a sud di Creta, nel cuore della notte, gli F-14 individuano il Boeing egiziano. Volano senza luci, seguendo l’aereo nell’oscurità mentre il pilota egiziano cerca invano di ottenere il permesso di atterrare a Tunisi e poi ad Atene. Quando anche Atene, su pressioni Usa, nega l’autorizzazione, i caccia accendono le luci di posizione, si affiancano al Boeing 737 e ordinano al pilota di dirigersi verso la base di Sigonella, in Sicilia. Il pilota egiziano è sbalordito. “Ripetere, chi sta parlando?”, risponde incredulo. Il comandante dei Tomcat è chiaro: l’aereo è scortato da due F-14 e deve atterrare immediatamente a Sigonella. Il Boeing non ha più carburante sufficiente per andare altrove e “accetta l’inevitabile”, come dirà il segretario alla Difesa Caspar Weinberger.

La notte di Sigonella

Sono le 23.30 del 10 ottobre quando il colonnello Ercolano Annichiarico, comandante italiano della base di Sigonella – che il giorno dopo avrebbe dovuto lasciare il comando – viene avvertito dell’arrivo di una formazione americana. La richiesta di atterraggio arriva dai Tomcat a 240 chilometri dalla base. Viene negata. Annichiarico interrompe la cena di commiato – è il suo ultimo giorno al comando della base – e corre in aeroporto. L’ufficiale di guardia gli segnala strani movimenti americani. Annichiarico mette subito in allerta il plotone di pronto intervento della Vigilanza Aeronautica Militare (VAM). Craxi avvisa l’ammiraglio Fulvio Martini, direttore del SISMI. Martini cerca di raggiungere i vertici militari italiani ma non li trova subito, così dà egli stesso l’autorizzazione tramite la sala situazioni dello stato maggiore dell’Aeronautica. Il Boeing egiziano atterra poco dopo nella notte dell’11 ottobre, seguito da due enormi C-141 Starlifter americani né autorizzati né previsti. Appena il Boeing si ferma, lo circonda il SEAL Team Six. Ma intorno all’aereo, prima dei Navy Seal, sono già schierati, armi in pugno, 30 avieri della VAM e 20 carabinieri racimolati in fretta. Dai C-141 scende la Delta Force al comando del generale Carl Stiner. Gli americani circondano gli italiani, ma a loro volta vengono circondati da altri carabinieri inviati da Catania supportati da alcuni blindati: è un cerchio dentro un cerchio dentro un cerchio. La tensione è altissima. Basta una scintilla, un solo colpo accidentale per innescare uno scontro armato tra alleati NATO. Il comandante Annichiarico si trova faccia a faccia con il generale Stiner. Quest’ultimo vuole prendere i terroristi e portarli negli Stati Uniti, Annichiarico ha ricevuto ordini chiari da Roma: nessuno si muove. In quei momenti drammatici, Annichiarico comunica all’omologo americano della Delta Force che, se fosse necessario, avrebbe dato ordine agli avieri della VAM di disarmare i componenti della Delta Force. Non sono parole al vento: i militari italiani hanno il dito sul grilletto, pronti a tutto pur di difendere la sovranità nazionale. Come testimonierà Annichiarico, il colonnello Stiner chiese istruzioni attraverso un telefono satellitare prima di ordinare la ritirata della Delta Force.

Craxi e Reagan: il giallo delle telefonate manipolate

Mentre la situazione sulla pista è incandescente, si svolgono frenetiche telefonate tra Roma e Washington. Reagan chiama di nuovo Craxi. A fare da interprete c’è ancora Michael Ledeen. Ma qualcosa non va. Secondo quanto emerso anni dopo dalle testimonianze dello stesso Ledeen, l’interprete manipola la traduzione. Craxi, secondo alcune ricostruzioni, avrebbe chiesto a Reagan: “Possiamo mettere quattro in galera e due sotto sorveglianza?”. Reagan, più conciliante della sua immagine pubblica, avrebbe risposto: “Perché no?”, ma Ledeen traduce diversamente a Craxi, dicendo che Reagan pretende tutti in galera. Il ruolo di Ledeen in quella notte fu oggetto di molte controversie. Alcuni sostengono che il consulente americano stesse lavorando per i servizi israeliani del Mossad, cercando di mettere l’Italia contro gli Stati Uniti. Altri lo difendono come semplice mediatore in una situazione caotica. Craxi stesso era già prevenuto nei confronti di Ledeen, come avrebbe raccontato in seguito. C’è anche la questione della “velina” del Mossad. I servizi israeliani intercettano le comunicazioni tra Abu Abbas e i dirottatori durante il sequestro. In queste intercettazioni compare la parola “Gayed”, che in alcuni contesti vorrebbe dire “capo”. La traduzione avviene modo ambiguo e strumentale per suggerire che Abbas stia dando ordini diretti ai terroristi. Gli americani useranno queste intercettazioni per chiedere l’arresto di Abbas, ma le consegneranno complete agli italiani solo diversi giorni dopo, il 16 ottobre.

Il caso giudiziario

Sulla pista di Sigonella, alle 5.50 dell’11 ottobre, arriva Roberto Pennisi, sostituto procuratore della Repubblica di Siracusa, procura territorialmente competente. Il giovane magistrato, originario di Acireale e da poco entrato in magistratura, si occupa solitamente della prostituzione a Ortigia. Quella notte riceve una telefonata che gli cambia la vita: “All’aeroporto militare italiano di Sigonella abbiamo i sequestratori dell’Achille Lauro”. Gli sembra uno scherzo. I quattro dirottatori escono finalmente dall’aereo e si consegnano ai carabinieri e al giudice Pennisi. Ma Abu Abbas e Hani al-Hassan restano a bordo, insieme a 17 membri dell’equipaggio egiziano e agenti della sicurezza. Le trattative durano per tutta la giornata. Gli americani hanno ormai ceduto sulla questione dei quattro terroristi, che verranno processati in Italia, ma vogliono assolutamente Abu Abbas. Intanto Pennisi si occupa del riconoscimento degli assassini. La prima idea è quella di chiedere la testimonianza del comandate del transatlantico Gerardo De Rosa, ma essendo la neve in stato di fermo a Porto Said, non è possibile che il comandante la abbandoni. Si opta quindi per un riconoscimento da parte di Marilyn Klinghoffer. La vedova si presenta in un carcere vicino a Siracusa per l’identificazione. È un momento di grande tensione emotiva. Secondo quanto riportato dal Los Angeles Times e confermato dallo stesso Pennisi, Marilyn Klinghoffer affrontò i quattro terroristi, li guardò negli occhi e sputò loro in faccia. Poi disse loro cosa pensava di loro. Quando telefonò al presidente Reagan per raccontargli l’accaduto, il presidente rispose: “L’hai fatto? Dio ti benedica”. Durante gli interrogatori successivi Pennisi chiese ai quattro dirottatori come gli era venuto in mente di ammazzare un passeggero anziano sulla sedia a rotelle ma loro risposero con una frase che sarebbe rimasta impressa nella memoria di chi seguì il caso: “Non puoi capire perché non hai avuto parenti uccisi nei campi di Sabra e Chatila”. I massacri di Sabra e Shatila del settembre 1982, in cui morirono tra le 2.000 e le 3.500 persone nei campi profughi palestinesi di Beirut, erano ancora una ferita aperta.

La partenza di Abbas

Alla fine, dopo ore di trattative, il governo italiano decide di far decollare il Boeing egiziano con Abbas a bordo, diretto a Roma-Ciampino. Craxi spiega che l’aereo viene trasferito a Roma “per poter esplorare la possibilità di compiere ulteriori accertamenti” su Abbas. In realtà, l’Italia aveva preso un impegno con Mubarak e non poteva arrestare Abbas senza prove concrete del suo coinvolgimento diretto nell’omicidio. Il Boeing decolla da Sigonella intorno alle 21.55, seguito da un Piaggio PD.808 con a bordo l’ammiraglio Martini. Martini, sospettoso delle intenzioni americane, richiede una scorta di caccia italiani ed ha ragione. Un North American T-39 Sabreliner dell’USAF, che era rimasto a Sigonella, decolla intorno alle 22.04 senza autorizzazione e senza piano di volo. Raggiunge il Boeing e cerca di dirottarlo verso una base americana in Spagna. Arrivano due F-104S Starfighter del XII Gruppo del 36° Stormo, decollati dalla base di Gioia del Colle. Gli F-104 costringono il Sabreliner ad allontanarsi. Poco dopo si uniscono altri due F-104 del X Gruppo del 9° Stormo, decollati da Grazzanise. La formazione procede verso Roma scortata dai caccia italiani. Quando la formazione si avvicina a Ciampino, intorno alle 23 dalla portaerei Saratoga decollano altri due F-14 americani che tentano di nuovo di intercettare il Boeing. Ma gli F-104 italiani li respingono. I piloti si insultano via radio in una scena degna di un film. Il Boeing atterra a Ciampino. Quasi immediatamente, un secondo aereo americano – fingendo un guasto al motore e dichiarando un’emergenza di carburante – atterra senza autorizzazione e si piazza davanti al velivolo egiziano, bloccandogli la pista. A bordo c’è un commando della Delta Force e lo stesso generale Stiner, che aveva lasciato Sigonella. Martini non esita. Ordina di dare un ultimatum di cinque minuti all’aereo americano: deve liberare la pista o verrà spinto via con un bulldozer. Dopo tre minuti, l’aereo statunitense decolla.

Il trasferimento dell’inchiesta a Genova e l’epilogo

Gli Stati Uniti chiedono formalmente l’estradizione di Abu Abbas. Il procuratore Pennisi si oppone alla partenza di Abbas, ritenendolo colpevole. Ma i legali del Ministero di Grazia e Giustizia e gli esperti in diritto internazionale consultati dal governo ritengono non valide le richieste americane in assenza di prove concrete. Abbas e al-Hassan vengono trasferiti all’aeroporto di Fiumicino, dove salgono su un volo di linea jugoslavo la cui partenza era stata appositamente ritardata. Solo il giorno successivo arrivano dalle agenzie israeliane le intercettazioni complete che provano il coinvolgimento diretto di Abbas nel coordinamento del dirottamento. Ma ormai Abbas è in Jugoslavia, al sicuro. L’inchiesta viene trasferita da Siracusa a Genova. I quattro dirottatori vengono processati. Il 10 luglio 1986 inizia il processo. Youssef Magied al-Molqi (23 anni), Ahmad Marurouf al-Assadi (23 anni), Ibrahim Fatayer Abdelatif (20 anni) e Bassam al-Askar (17 anni, che sarà giudicato in un processo separato in quanto minorenne) vengono condannati. Le pene vanno dai 15 ai 30 anni. Abu Abbas viene condannato all’ergastolo in contumacia. Abbas riuscirà a sfuggire alla giustizia per molti anni, trovando rifugio prima in Jugoslavia, poi in Iraq. Solo nel 2003, durante l’invasione americana dell’Iraq, verrà catturato dalle forze speciali americane mentre tentava di attraversare il confine con la Siria. Morirà in custodia americana nel marzo 2004 per cause naturali.

La crisi del governo Craxi

Il ministro della Difesa Giovanni Spadolini, filoisraeliano e atlantista convinto, non condivide la gestione di Craxi. Insieme ad altri due ministri repubblicani – Oscar Mammì e Bruno Visentini – presenta le dimissioni in segno di protesta. Si apre una crisi di governo. Spadolini ritiene inaccettabile che Abbas sia stato lasciato partire, soprattutto all’insaputa del ministero della Difesa. Il 16 ottobre, Craxi riferisce in Parlamento. È un momento solenne. Alla sua destra siede il ministro degli Esteri Andreotti, alla sua sinistra Spadolini. Durante il discorso, in un gesto divenuto celebre, Andreotti versa dell’acqua a Craxi. È un momento di solidarietà tra due giganti della politica italiana, nonostante le tensioni interne alla maggioranza. Craxi difende con forza le sue scelte. Spiega che l’Italia ha agito nel rispetto della sovranità nazionale e del diritto internazionale. Ricorda che le basi NATO in Italia “possono essere usate dai nostri alleati solo per specifici scopi dell’alleanza” e che quanto accaduto a Sigonella “non deve, nell’interesse di entrambi i paesi e della NATO, mai più ripetersi” .La crisi rientra dopo pochi giorni. Il 25 ottobre, Reagan scrive a Craxi una lettera che inizia con “Dear Bettino”, invitandolo a un incontro a New York. Quando finalmente si vedono, quasi un mese dopo, Craxi dichiara a Reagan che “non avrebbe potuto fare diversamente da come aveva fatto”. Sapeva che liberando Abbas avrebbe contrariato Reagan, ma non aveva alternative nella situazione in cui si trovava.

L’opinione pubblica americana

Negli Stati Uniti, l’intercettazione dell’aereo egiziano viene accolta con entusiasmo. L’80% degli americani approva l’azione di Reagan. Per molti americani, finalmente gli Stati Uniti avevano reagito con decisione al terrorismo. La liberazione di Abbas da parte dell’Italia viene vista invece come un tradimento inaccettabile, che ha rovinato un’operazione quasi perfetta per vendicare l’omicidio di un cittadino americano innocente e disabile. I media americani criticano duramente Craxi e l’Italia. In Italia la percezione è completamente diversa: il governo più stabile degli ultimi anni, e anche filoamericano, è caduto a causa della vicenda. Craxi si aspettava gratitudine per aver accettato di processare i quattro dirottatori e per aver garantito il rilascio sicuro di quasi tutti i passeggeri della nave. Invece ha ricevuto sdegno da Washington e una valanga di critiche dai media americani. ​ La vicenda di Sigonella resta nella memoria collettiva come uno dei pochi momenti in cui l’Italia ha saputo dire no agli Stati Uniti, difendendo la propria sovranità anche di fronte alla minaccia di uno scontro armato. Come commentò l’ambasciatore italiano a Washington, Rinaldo Petrignani: “Non so quanti ricordano che dopo Sigonella la Casa Bianca attivò la ‘linea rossa’ anche con Palazzo Chigi. Esclusiva riservata fino ad allora solo all’Eliseo e Downing Street. E soprattutto che il G7, per volontà di Reagan, aprì il G5 finanziario all’Italia, ammettendola definitivamente nel club dei grandi”. Come disse Henry Kissinger all’ambasciatore Petrignani: “Noi dovevamo arrabbiarci, voi dovevate lasciarlo andare”. Una sintesi perfetta dell’equilibrio tra alleanza e sovranità nazionale che si giocò in quelle ore drammatiche tra il 10 e l’11 ottobre 1985.

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