Da quando, tra il 27 e il 28 febbraio, Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’offensiva su vasta scala contro l’Iran – con raid su siti nucleari, basi missilistiche e l’eliminazione della Guida Suprema Ali Khamenei – i mercati finanziari globali hanno vissuto una settimana di forte tensione. Non è stato un crollo catastrofico come certi “lunedì neri” del passato, ma l’impatto è stato immediato e doloroso, soprattutto sul fronte energetico e sulle borse del Vecchio Continente.
Il detonatore è stato chiaro: la parziale chiusura dello Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale e una quota enorme di gas naturale liquefatto. L’Iran ha risposto con missili su Israele e basi americane nel Golfo, bloccando di fatto il traffico di petroliere. Risultato? In pochi giorni il prezzo del greggio è schizzato in alto, alimentando timori di inflazione energetica e di una nuova stangata su bollette, trasporti e prezzi al consumo.
Petrolio e gas: l’impennata che fa paura
Partiamo dai numeri più eloquenti. Il Brent, il benchmark di riferimento per l’Europa, viaggiava intorno ai 72 dollari al barile il 27 febbraio; oggi, 5 marzo, quota stabilmente sopra gli 80-82 dollari, con picchi intraday oltre gli 85 dollari in alcune sessioni. Stessa storia per il WTI americano: da circa 67 dollari è salito a 75-76 dollari, con un balzo cumulato del 13% in una settimana.
Il gas naturale europeo (Ttf olandese) ha fatto ancora peggio: +30-40% in poche sedute, con quotazioni che hanno toccato livelli record da ottobre 2022. In Italia i primi effetti si vedono già alla pompa: la benzina self è passata da 1,672 a oltre 1,68 euro/litro nei giorni immediatamente successivi, e il gasolio da 1,723 a 1,736. Se lo shock persiste, analisti e Codacons avvertono: rincari sensibili su carburanti, riscaldamento e merci trasportate sono inevitabili.
Le borse: Wall Street resiste, l’Europa sanguina
Wall Street ha dimostrato una resilienza sorprendente. L’S&P 500 ha chiuso il 27 febbraio a 6.878,88 punti; il 2 marzo a 6.881,62 (+0,04%), il 3 a 6.816,63 (-0,94%), il 4 a 6.869,49 (+0,78%). In pratica, in cinque giorni di contrattazioni ha oscillato intorno alla parità, con una variazione cumulativa quasi nulla. Merito della rotazione settoriale: i titoli energia e difesa hanno guadagnato terreno, compensando le vendite su banche, tech e ciclici. Ben diversa la musica in Europa, dove la vicinanza geografica e la dipendenza energetica hanno fatto male. Lo STOXX 600 ha perso l’1,7% già lunedì 2 marzo (peggiore giornata da tre mesi), per poi accelerare il ribasso: in due-tre sedute ha bruciato circa il 5% dal massimo storico di fine febbraio, con stime di 500-900 miliardi di euro di capitalizzazione evaporati in pochi giorni tra le principali piazze continentali. A Piazza Affari il Ftse Mib ha ceduto intorno al 3-4% nei giorni più caldi (con punte di -3,9% il 3 marzo), penalizzato da banche, industriali e lusso. Stessa sorte per DAX (-2,6% in una seduta), CAC 40 francese e Madrid. In Asia, Nikkei e indici cinesi hanno perso l’1-4,5%, con l’MSCI Asia-Pacifico ex-Giappone in rosso marcato. Settori in evidenza opposta: energia (Eni +2% in alcune sedute) e difesa in rialzo; automotive (Stellantis -4-5%), banche e ciclici in netto ribasso.
I costi nascosti: dall’inflazione al PIL mondiale
Oltre alle perdite in borsa, il conflitto sta già costando caro in termini diretti: stime iniziali parlano di 30-35 miliardi di dollari solo per le operazioni militari Usa nelle prime settimane. Se la guerra si prolunga, Oxford Economics e FMI avvertono: ogni 10-15% di aumento persistente del petrolio può sottrarre decimali di punto al PIL globale e aggiungere pressione inflattiva (0,3-0,7% in più in eurozona). L’Europa è la più esposta: importiamo oltre il 70% dell’energia. Gli Stati Uniti, grandi produttori interni, soffrono meno sul fronte energetico ma pagano in termini di inflazione “importata” e incertezza sugli investimenti.
Pace conviene a tutti (e lo dicono anche i numeri)
La storia economica è chiara: le guerre costano sempre molto più di quanto “risparmiano” in sicurezza. I conflitti in Iraq e Afghanistan sono costati agli Usa tra i 2 e gli 8 trilioni di dollari in vent’anni, tra diretti e indiretti. Qui, un’escalation prolungata rischia di portare petrolio stabilmente sopra i 90-100 dollari, tassi di interesse più alti (le banche centrali ritarderebbero i tagli), recessione tecnica in Europa e una crescita globale zavorrata per anni. Al contrario, una de-escalation rapida – un cessate-il-fuoco negoziato, magari mediato da potenze terze – farebbe rientrare il greggio verso 65-75 dollari in poche settimane, scatenando un “relief rally” sulle borse, calo dell’inflazione energetica e ripresa della fiducia. Meno spese militari (decine di miliardi risparmiati), più risorse per transizione verde, infrastrutture e consumi: un moltiplicatore positivo per l’economia mondiale.
In questi primi sette giorni il danno è stato reale ma ancora “contenuto”: petrolio +13%, Europa -3/5%, Usa quasi flat. È un campanello d’allarme, non una condanna. La diplomazia ha ancora una finestra per evitare che questo shock diventi strutturale. Per l’economia globale – e per le nostre tasche – la pace varrebbe molto più di qualsiasi vittoria militare. Speriamo che prevalga il buonsenso, prima che i costi diventino incalcolabili.
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