Il 28 febbraio 2026, gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran hanno segnato l’inizio di una nuova fase di escalation militare, interrompendo flussi energetici cruciali che rappresentano circa il 20% dell’offerta mondiale di greggio. Questo evento ha riaperto con forza il tema geopolitico ed energetico, scatenando una reazione immediata sui mercati globali. La chiusura parziale dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita un quarto del petrolio e del gas mondiale, ha generato un forte shock sull’offerta energetica, con ripercussioni dirette su inflazione, margini aziendali, crescita economica e aspettative di politica monetaria.
Le reazioni internazionali sono state rapide e coordinate, con attacchi contro strutture militari alleate degli USA nella regione e un blocco virtuale del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz. La risposta dei mercati è stata inizialmente emotiva, con una volatilità elevata, ma poi si è orientata verso una valutazione più razionale degli impatti a medio termine. Le banche centrali, tra cui la Federal Reserve e la BCE, hanno adottato misure prudenti, mantenendo i tassi di interesse invariati o riducendoli leggermente, per sostenere l’economia senza alimentare eccessivamente l’inflazione.
L’impatto sulle catene di approvvigionamento globali è stato significativo, con interruzioni nei flussi energetici e aumento dei costi di trasporto, che hanno alimentato timori di stagflazione, ovvero inflazione accompagnata da una frenata della crescita economica. Lo scenario base prevede un accordo rapido tra le parti, con un ritorno dei prezzi del petrolio tra 65 e 75 dollari al barile, mentre uno scenario di escalation prolungata potrebbe portare a una chiusura duratura di Hormuz, prezzi del petrolio oltre 110 dollari e una forte accelerazione dell’inflazione, con pressioni particolari sui mercati europei.
Andamento delle borse e volatilità dei mercati
L’inasprimento del conflitto ha provocato una forte volatilità sui mercati azionari mondiali. Il Dow Jones, dopo aver toccato un massimo storico di 50.512,79 punti il 10 febbraio 2026, ha registrato un calo del 4,95% nel mese e del 1,63% nell’ultima settimana, chiudendo a 46.946,41 punti. L’indice S&P 500, che aveva raggiunto 7.002,28 punti il 28 gennaio 2026, ha perso il 2,27% nel mese e l’1,64% nell’ultima settimana, attestandosi a 6.578,55 punti. Il Nasdaq Composite e il Nasdaq 100 hanno registrato cali dell’1% nelle ultime 24 ore, con quotazioni rispettivamente a 22.152,42 e 24.665,44 punti.
In Europa, il FTSE 100 ha perso il 6,36% nell’ultima settimana, chiudendo a 10.345,47 punti, mentre il DAX ha registrato un calo dello 0,45% nell’ultima settimana, chiudendo a 22.852,48 punti. Il CAC 40 ha perso il 2,13% nell’ultima settimana, chiudendo a 7.911,53 punti. In Asia, il Nikkei 225 ha registrato un calo del 2,5% a inizio marzo, chiudendo a 53.266,50 punti, mentre l’Hang Seng ha perso il 2,02% rispetto alla chiusura precedente, attestandosi a 25.500,58 punti.
La volatilità è stata alimentata da eventi geopolitici, con il VIX che ha mostrato segni di instabilità, e da dichiarazioni politiche, come quelle di Donald Trump sulla possibile fine imminente della guerra, che hanno contribuito a calmare i mercati, pur mantenendo alta la volatilità a causa dei continui bombardamenti e delle risposte iraniane.
I settori più colpiti sono stati l’energia, con il rialzo del petrolio che ha riacceso i timori sull’inflazione, e la tecnologia, con forti perdite nei titoli tecnologici come Kioxia Holdings (-4,5%), Advantest (-5,4%), Disco Corp (-2,6%), Lasertec (-3,3%) e SoftBank Group (-3,3%).
Petrolio: shock dell’offerta e prezzi
Il prezzo del petrolio Brent ha registrato una forte crescita del 3,73%, raggiungendo 111,38 dollari al barile, con un picco storico di 119,5 dollari il 9 marzo 2026. Il petrolio greggio leggero (WTI) si è attestato a 106,50 dollari al barile, con un rialzo settimanale superiore al 17%. Questo aumento è stato alimentato dall’interruzione dei flussi energetici attraverso lo Stretto di Hormuz e dagli attacchi alle infrastrutture petrolifere in Medio Oriente. Il governo italiano è intervenuto per mitigare l’impatto dei prezzi in aumento, approvando un decreto legge per ridurre le accise sui carburanti. L’impennata del greggio ha riacceso i timori sull’inflazione, influenzando negativamente i mercati azionari e portando a un calo dell’indice Russell 2000 e dei principali indici di Wall Street. Le differenze tra i benchmark WTI e Brent sono state evidenziate, con il WTI che produce un petrolio con caratteristiche diverse. Il prezzo del petrolio è in rialzo, con un aumento settimanale superiore al 17% per il petrolio greggio leggero. Il Qatar ha espresso preoccupazioni per il superamento dei 90 dollari al barile.
Oro e metalli preziosi: rifugio sicuro?
Il prezzo dell’oro si è attestato a 5.346 dollari l’oncia, con un picco recente oltre i 5.400 dollari, spinto dall’escalation militare del 28 febbraio tra Stati Uniti, Israele e Iran, che ha riacceso il timore di un conflitto regionale esteso e di possibili interruzioni nei flussi energetici attraverso lo Stretto di Hormuz. Questo rally è stato alimentato dalla domanda di bene rifugio in risposta all’incertezza geopolitica.
Le previsioni per il 2026 indicano che l’oro potrebbe essere “rangebound”, cioè il suo prezzo potrebbe muoversi lateralmente, creando una fase di consolidamento laterale. Il prezzo dell’oro ha mostrato una certa volatilità negli ultimi mesi, ma la sua reputazione come rifugio sicuro in tempi di crisi economica rimane intatta. Il World Gold Council (WGC) ha spiegato che il prezzo dell’oro riflette in larga misura il consenso macro su crescita, inflazione e politica monetaria, e che nel 2026 l’oro potrebbe restare in un range limitato, senza mostrare una forte tendenza al rialzo o al ribasso.
Effetti macroeconomici e prospettive
L’escalation del conflitto ha avuto un impatto significativo sull’economia globale, influenzando i prezzi delle materie prime, la volatilità dei mercati finanziari e l’incertezza economica. Gli attacchi militari, le sanzioni economiche e le dichiarazioni politiche hanno avuto un impatto significativo sui mercati finanziari e sui prezzi delle materie prime.
Le banche centrali hanno adottato misure per mitigare gli impatti degli eventi geopolitici sui mercati finanziari e sulle economie globali. Queste misure includono il taglio dei tassi di interesse, il rafforzamento della vigilanza bancaria e l’adozione di misure macroprudenziali per migliorare la solidità del sistema bancario. La Banca d’Italia ha evidenziato la necessità di un’azione coordinata tra le principali economie per ridurre gli squilibri commerciali e mitigare i rischi geopolitici.
L’aumento dei prezzi delle materie prime, in particolare del petrolio, ha portato a un rialzo dell’inflazione e a una frenata della crescita economica, con timori di stagflazione. Le tensioni geopolitiche hanno influenzato i mercati finanziari, con una forte volatilità e un aumento del premio al rischio su azioni, obbligazioni e valute. L’aumento della portata del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran dal 28 febbraio 2026 ha avuto un impatto profondo e articolato sui mercati finanziari e sulle materie prime, con ripercussioni macroeconomiche globali. Il blocco parziale dello Stretto di Hormuz e gli attacchi alle infrastrutture energetiche hanno provocato un forte rialzo del petrolio, che ha alimentato timori di inflazione e stagflazione. Le borse mondiali hanno registrato cali significativi, con una volatilità elevata, mentre l’oro ha confermato il suo ruolo di bene rifugio. Le banche centrali hanno risposto con misure prudenti per sostenere l’economia e contenere l’inflazione. Gli scenari futuri dipendono dalla durata del conflitto e dalla capacità di riaprire le rotte energetiche, con possibili impatti duraturi sulla crescita economica globale e sulla stabilità dei mercati finanziari.
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