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A livella, Totò e il 2 novembre: storia, origini e significato di una poesia che ha attraversato le generazioni

Antonio de Curtis in arte Totò con sullo sfondo la vista del Vesuvio, un cimitero e la scritta 'A livella
Antonio de Curtis in arte Totò con sullo sfondo la vista del Vesuvio, un cimitero e la scritta 'A livella

Dal Rione Sanità alla televisione italiana, la storia del capolavoro poetico di Antonio de Curtis. Un’opera che trasforma la morte in uno strumento di uguaglianza e che, soprattutto il 2 novembre, continua a parlare alla coscienza collettiva.

La nascita dell’opera: dalle prime composizioni alla pubblicazione del 1964

Tra le opere letterarie di Antonio de Curtis, universalmente conosciuto come Totò, ’A livella occupa un posto particolare. La poesia, composta in lingua napoletana, è diventata una delle rappresentazioni più celebri della morte come elemento capace di annullare le differenze sociali. La sua genesi è più complessa di quanto generalmente si racconti. Il 1964 viene spesso indicato come anno della composizione, ma alcuni suoi versi sarebbero già comparsi nei primi anni Cinquanta, secondo diverse ricostruzioni in appendice al libro autobiografico Siamo uomini o caporali?, pubblicato nel 1952. Una certezza documentale è invece la pubblicazione nel 1964, presso l’editore napoletano Fausto Fiorentino, della raccolta ’A livella. Poesie napoletane, che riuniva 26 composizioni dell’artista. La poesia era dunque già conosciuta prima dell’uscita del volume, come dimostra anche una registrazione televisiva del 1963 conservata negli archivi Rai. L’opera, composta da 104 versi distribuiti in 26 quartine, rivela un aspetto meno conosciuto del celebre attore: quello di un autore capace di affrontare interrogativi esistenziali attraverso un linguaggio popolare, alternando comicità, malinconia e riflessione.

L’ispirazione: Totò, il Rione Sanità e le catacombe di San Gaudioso

Secondo una tradizione ricostruita anche dal Corriere del Mezzogiorno, l’ispirazione di ’A livella potrebbe risalire all’infanzia di Totò, trascorsa nel Rione Sanità di Napoli. Il piccolo Antonio frequentava la Basilica di Santa Maria della Sanità, dove per un periodo svolse il servizio di chierichetto. Nei sotterranei della chiesa si trovano le Catacombe di San Gaudioso, caratterizzate da sepolture nobiliari e rappresentazioni pittoriche dedicate alla morte. Uno degli affreschi seicenteschi, attribuiti a Giovanni Balducci, rappresenta il trionfo della morte sui beni terreni. Corone, libri e simboli del potere diventano inutili davanti alla fine dell’esistenza. L’immagine avrebbe profondamente impressionato il futuro artista, suggerendogli l’idea che sarebbe diventata il nucleo della sua poesia più famosa. Si tratta di una suggestiva tradizione biografica, non di un collegamento dimostrato da testimonianze dirette dell’autore. Certamente Totò conosceva bene le differenze sociali. Nato in condizioni economiche modeste e riconosciuto successivamente dal padre, di origine aristocratica, visse personalmente il contrasto tra povertà e nobiltà. Non sorprende, dunque, che il principe della risata abbia scelto di mettere in discussione proprio il valore dei titoli e delle gerarchie sociali.

Il marchese e il netturbino: una storia ambientata nel cimitero

La poesia racconta un episodio immaginario avvenuto il 2 novembre. Il narratore, dopo aver visitato la tomba della zia Vicenza, si attarda nel cimitero e assiste a un avvenimento straordinario: due defunti iniziano a discutere animatamente. Il primo è un marchese, esponente dell’aristocrazia, sepolto in una tomba monumentale decorata con stemmi, fiori e simboli nobiliari. Il secondo è Gennaro Esposito, un umile netturbino, la cui sepoltura è caratterizzata da una semplice croce di legno. Il marchese non riesce ad accettare che un uomo di così modesta condizione sociale sia stato sepolto accanto a lui. Ritiene quella vicinanza un’offesa alla propria nobiltà e continua a rivendicare i privilegi di cui godeva quando era in vita. Il netturbino, inizialmente paziente, finisce per impartirgli una lezione di straordinaria semplicità. La morte, gli spiega, è una livella: proprio come lo strumento utilizzato dai muratori per verificare che una superficie sia perfettamente orizzontale, essa pone tutti sullo stesso piano. Il confronto assume così il carattere di una piccola commedia teatrale, nella quale il personaggio socialmente più debole diventa portatore della verità.

Le intenzioni di Totò: la morte come critica delle disuguaglianze

Ridurre ’A livella a una poesia sulla morte sarebbe limitante. Il suo significato più profondo riguarda infatti la condizione umana e la vanità delle distinzioni sociali. Totò mette in scena due visioni contrapposte: quella del marchese, ancora prigioniero della propria importanza, e quella del netturbino, consapevole che la morte ha cancellato ogni privilegio. L’autore non lasciò una spiegazione definitiva delle proprie intenzioni. Tuttavia, la critica ai potenti e agli arroganti attraversa tutta la sua produzione, dalla celebre contrapposizione tra uomini e caporali fino a numerose interpretazioni cinematografiche. La forza della poesia risiede soprattutto nell’ironia. Totò non presenta una riflessione filosofica astratta, ma lascia che il messaggio emerga dal comportamento ridicolo di un aristocratico incapace di comprendere la propria condizione. È significativo che a pronunciare la lezione sia proprio un netturbino, una figura associata a una posizione modesta nella gerarchia sociale. Il capovolgimento è completo: l’uomo che in vita occupava il gradino più basso si dimostra, nella morte, moralmente e intellettualmente superiore al nobile. Il messaggio non è soltanto che tutti devono morire, ma che prestigio, denaro e potere non determinano il valore autentico di una persona.

Quando Totò la recitò per la prima volta? La testimonianza Rai del 1963

Stabilire quando Totò recitò ’A livella per la prima volta davanti a un pubblico non è semplice. Non risulta infatti documentato con certezza un debutto assoluto della poesia. Esiste però una testimonianza preziosa: un’intervista realizzata nel 1963 dal giornalista Lello Bersani per la trasmissione televisiva TV7, conservata dalle Teche Rai. Durante l’incontro, registrato nella sua abitazione romana, Totò interpreta ironicamente due personalità: il principe Antonio de Curtis e il personaggio comico Totò. Nel corso della conversazione recita anche ’A livella. Quella del 1963 è dunque una delle prime interpretazioni televisive sicuramente documentate, precedente alla pubblicazione della raccolta del 1964. Lo scrittore Mario Soldati ricordò, in un articolo del 18 aprile 1967, che Totò amava recitare questa poesia anche privatamente, durante le serate con gli amici. Nel 1967 venne inoltre pubblicato dalla Cetra un disco contenente ’A livella, recitata dall’autore, e la scenetta Pasquale, interpretata con Mario Castellani. L’incisione uscì pochi giorni prima della morte dell’artista, avvenuta il 15 aprile 1967, diventando così una delle sue ultime testimonianze artistiche.

L’accoglienza del pubblico e il successo nelle generazioni successive

La fortuna di ’A livella fu favorita dalla popolarità di Totò, ma anche dalla capacità dell’opera di parlare a un pubblico molto più ampio degli appassionati di poesia dialettale. Nel 1967 la composizione era già sufficientemente conosciuta da essere definita una poesia nota nelle recensioni discografiche dell’epoca. L’accoglienza critica non fu tuttavia unanimemente entusiastica. Una recensione pubblicata su Stampa Sera il 12 aprile 1967 apprezzava l’umorismo e la forza dei versi, ma giudicava piuttosto sbrigativa la recitazione incisa sul disco. Diversa la valutazione di Mario Soldati, che riconobbe nella poesia una sintesi della particolare concezione della vita e della morte presente nell’intera arte di Totò. Con il passare dei decenni, ’A livella è entrata stabilmente nel patrimonio culturale napoletano e italiano. Le interpretazioni teatrali, le registrazioni televisive, le letture pubbliche e la circolazione dei versi hanno permesso all’opera di raggiungere generazioni che non avevano conosciuto direttamente Totò. Il suo valore risiede anche nell’universalità del messaggio: per comprendere la critica all’arroganza e alla disuguaglianza non è indispensabile appartenere alla cultura napoletana. La poesia continua così a rappresentare un ponte tra la tradizione dialettale e una riflessione filosofica accessibile a tutti.

Perché ’A livella è diventata un simbolo del 2 novembre

Il legame tra ’A livella e la Commemorazione dei defunti è esplicito fin dall’ambientazione: la vicenda si svolge proprio il 2 novembre, giorno nel quale la tradizione italiana prevede la visita ai cimiteri. A Napoli, in particolare, il rapporto con i defunti possiede radici profonde, intrecciando fede cattolica, tradizioni popolari e una familiarità con la morte che attraversa secoli di storia. Totò utilizza questa ricorrenza per proporre una riflessione che va oltre il dolore della perdita. Il cimitero diventa il luogo in cui ogni distinzione sociale perde significato. Davanti alla morte, il ricco e il povero, il nobile e il lavoratore, il potente e l’umile condividono la medesima condizione. Proprio per questo la poesia viene frequentemente ricordata e riproposta in occasione del 2 novembre: non soltanto come omaggio ai defunti, ma anche come invito ai vivi a ridimensionare le proprie ambizioni. A distanza di oltre sessant’anni dalla sua consacrazione editoriale, ’A livella conserva intatta la capacità di far sorridere e riflettere. Ed è forse questa la sua eredità più importante: ricordare, con la leggerezza dell’ironia napoletana, che la vera dignità di un essere umano non dipende dai titoli posseduti, ma dal modo in cui ha vissuto.

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