Il 2 novembre 1917 il governo britannico si impegnò a favorire una sede nazionale per il popolo ebraico in Palestina. Fu una svolta decisiva per il sionismo, ma anche l’inizio di una lunga controversia sui diritti della popolazione araba. Dalle origini del movimento sionista agli attentati contro gli stessi britannici, fino al riconoscimento dello Stato palestinese da parte di Londra nel 2025: storia di un documento che continua a influenzare il Medio Oriente.
Arthur James Balfour: origini aristocratiche, educazione e vita privata
Arthur James Balfour nacque il 25 luglio 1848 a Whittingehame, in Scozia, all’interno di una famiglia dell’aristocrazia britannica. Il padre, James Maitland Balfour, era un proprietario terriero e parlamentare conservatore; la madre, Lady Blanche Cecil, apparteneva alla potente famiglia dei marchesi di Salisbury. Suo zio Robert Gascoyne-Cecil sarebbe diventato uno dei più importanti primi ministri dell’età vittoriana. Cresciuto in un ambiente anglicano di orientamento evangelico, Balfour ricevette un’educazione religiosa particolarmente rigorosa, soprattutto per influenza della madre. La sua formazione intellettuale, tuttavia, fu caratterizzata anche da un forte interesse per la filosofia, la scienza e la ricerca sulle fondamenta della conoscenza. Studiò prima a Eton, uno degli istituti più prestigiosi del Regno Unito, e successivamente al Trinity College di Cambridge, dove approfondì la filosofia morale. Pubblicò diverse opere, fra cui A Defence of Philosophic Doubt nel 1879 e The Foundations of Belief nel 1895. Riservato nella vita privata, non si sposò mai e non ebbe figli. Mantenne rapporti stretti con la famiglia e frequentò gli ambienti intellettuali londinesi. La sua personalità univa il distacco aristocratico a una notevole curiosità filosofica. Morì il 19 marzo 1930, a 81 anni, lasciando una reputazione politica destinata a essere profondamente condizionata dalla dichiarazione che portava il suo nome.
Dal governo britannico alla questione ebraica
Balfour entrò alla Camera dei Comuni nel 1874, nelle file del Partito conservatore. Grazie anche alla protezione dello zio Lord Salisbury, ricoprì incarichi di crescente importanza, diventando segretario capo per l’Irlanda, leader dei Comuni e infine primo ministro dal 1902 al 1905. Il suo governo approvò la riforma dell’istruzione del 1902, ma anche l’Aliens Act del 1905, che introdusse importanti restrizioni all’immigrazione. Il provvedimento colpiva anche gli ebrei dell’Europa orientale che cercavano rifugio nel Regno Unito dopo discriminazioni e persecuzioni. Nel dibattito parlamentare Balfour condannò l’antisemitismo europeo, ma espresse anche timori verso una consistente immigrazione di persone che riteneva potessero restare culturalmente separate dalla società britannica. Questo aspetto costituisce una delle contraddizioni più discusse della sua biografia: il futuro sostenitore della sede nazionale ebraica aveva guidato un governo che limitava l’accesso di nuovi immigrati ebrei nel proprio Paese. Dopo la caduta del governo conservatore, Balfour rimase protagonista della politica britannica. Durante la Prima guerra mondiale divenne primo lord dell’Ammiragliato e, nel dicembre 1916, ministro degli Esteri nel governo di David Lloyd George.
La nascita del sionismo politico e il congresso di Basilea del 1897
Per comprendere la Dichiarazione Balfour occorre risalire alla nascita del sionismo politico moderno. Il movimento si sviluppò nell’Europa di fine Ottocento, in un contesto segnato dalla crescita dei nazionalismi e dalle discriminazioni antiebraiche, particolarmente gravi nell’Impero russo. Il giornalista e scrittore ebreo austro-ungarico Theodor Herzl divenne il principale interprete dell’idea che gli ebrei dovessero ottenere una propria sede nazionale, riconosciuta dalla comunità internazionale. Dal 29 al 31 agosto 1897 Herzl organizzò a Basilea, in Svizzera, il primo Congresso sionista, al quale parteciparono circa duecento delegati provenienti da diciassette Paesi. Il programma approvato indicava come obiettivo la costituzione in Palestina di una sede per il popolo ebraico garantita dal diritto pubblico. Nacque così l’Organizzazione sionista, incaricata di perseguire il progetto attraverso iniziative politiche, diplomatiche ed economiche. La Palestina, allora parte dell’Impero ottomano, era abitata prevalentemente da arabi musulmani e cristiani, oltre che da comunità ebraiche storicamente presenti. Il sionismo non rappresentava l’intero mondo ebraico: una parte degli ebrei europei preferiva l’integrazione nei Paesi di residenza, mentre altri si opponevano al progetto per ragioni religiose o politiche. Il congresso del 1897 segnò comunque il passaggio da aspirazioni culturali e religiose a un’organizzazione internazionale capace di dialogare con le grandi potenze.
La Prima guerra mondiale e le promesse britanniche sul Medio Oriente
La Prima guerra mondiale trasformò il Medio Oriente in una questione centrale per la diplomazia britannica. L’Impero ottomano combatteva al fianco degli Imperi centrali e Londra intendeva indebolirlo, assicurandosi contemporaneamente un ruolo strategico nella regione. La Palestina rivestiva un’importanza particolare per la vicinanza al Canale di Suez, fondamentale per le comunicazioni imperiali con l’India e l’Asia. Tra il 1915 e il 1916 il governo britannico avviò una corrispondenza con lo sceriffo Hussein della Mecca, prospettando il sostegno all’indipendenza araba in cambio della rivolta contro gli ottomani. L’effettiva inclusione della Palestina nei territori promessi sarebbe diventata oggetto di una controversia diplomatica. Contemporaneamente, nel maggio 1916, Londra concluse con Parigi l’accordo segreto Sykes-Picot, che prevedeva la suddivisione di ampie zone del Medio Oriente in sfere di influenza britanniche e francesi, con un regime internazionale per la Palestina. Fu in questo intreccio di impegni difficilmente conciliabili che maturò la Dichiarazione Balfour. Il governo britannico considerava il sostegno al sionismo vantaggioso per diverse ragioni: consolidare la propria posizione nel Mediterraneo orientale, rafforzare le prospettive strategiche del dopoguerra e favorire, secondo le valutazioni di alcuni ministri, il sostegno di influenti ambienti ebraici negli Stati Uniti e in Russia. Quest’ultima convinzione rifletteva anche una percezione stereotipata dell’influenza politica degli ebrei, che non costituivano affatto un blocco unitario.
Il 2 novembre 1917: una dichiarazione di appena 67 parole
Il 2 novembre 1917 Arthur Balfour firmò una lettera indirizzata a Lionel Walter Rothschild, esponente dell’aristocrazia finanziaria britannica e sostenitore del sionismo, chiedendogli di trasmetterla alla Federazione sionista. Il testo centrale, approvato dal governo di Sua Maestà Giorgio V, conteneva appena 67 parole nella versione originale inglese. Londra dichiarava di guardare con favore alla costituzione in Palestina di una «sede nazionale per il popolo ebraico» e si impegnava a favorirne la realizzazione. La seconda parte introduceva due condizioni: non dovevano essere compromessi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche presenti in Palestina, né i diritti e lo status politico degli ebrei residenti in altri Paesi. La formulazione conteneva un’ambiguità fondamentale. Non prometteva esplicitamente uno Stato ebraico sovrano, ma neppure escludeva che la sede nazionale potesse evolvere in uno Stato. Soprattutto, riconosceva alle comunità non ebraiche soltanto diritti civili e religiosi, senza menzionare esplicitamente i loro diritti politici o l’autodeterminazione. La maggioranza araba, invece di essere riconosciuta come soggetto nazionale, veniva definita per ciò che non era: «non ebraica». La dichiarazione non costituiva una legge internazionale né trasferiva formalmente territori. Era un impegno politico del governo britannico su una regione ancora ottomana, che le truppe britanniche avrebbero conquistato nei mesi successivi.
Balfour, Weizmann e Rothschild: i rapporti tra Londra e il sionismo
Il documento del 1917 non nacque improvvisamente. Fu il risultato di anni di contatti tra dirigenti sionisti e rappresentanti della classe politica britannica. Una figura decisiva fu Chaim Weizmann, chimico e dirigente sionista di origine ebraico-russa, trasferitosi nel Regno Unito all’inizio del Novecento. Weizmann aveva incontrato Balfour già nel 1905 e nel 1906, discutendo con lui della necessità di individuare proprio nella Palestina la sede nazionale ebraica. Anche Herbert Samuel, importante politico liberale britannico di origine ebraica, aveva presentato nel 1915 un memorandum favorevole al progetto sionista. Durante il 1917, Weizmann, Rothschild e altri esponenti del movimento parteciparono a una complessa trattativa con il governo di Lloyd George, attraverso diverse bozze della dichiarazione. Il sostegno non era però unanime. Edwin Montagu, ministro britannico ebreo, si oppose al progetto, temendo che identificare gli ebrei con una nazione distinta potesse compromettere la loro posizione nei Paesi di cittadinanza. Anche all’interno del governo esistevano perplessità sulle conseguenze per la popolazione araba. È importante sottolineare che la Dichiarazione Balfour fu una decisione del governo britannico, non un’iniziativa personale del sovrano. La Corona ne costituiva l’autorità formale, secondo il sistema costituzionale britannico.
Dal 1917 al Mandato: una promessa trasformata in politica internazionale
Nel dicembre 1917 le forze britanniche conquistarono Gerusalemme. Al termine della guerra, la Palestina passò dall’amministrazione ottomana a quella britannica. La conferenza di Sanremo del 1920 e la decisione della Società delle Nazioni del 1922, con il Mandato entrato in vigore nel 1923, incorporarono la Dichiarazione Balfour nel nuovo assetto internazionale. L’amministrazione britannica doveva favorire la sede nazionale ebraica e tutelare i diritti degli abitanti. Tuttavia, le aspirazioni all’indipendenza della maggioranza araba non ricevettero un riconoscimento politico equivalente. Il censimento britannico del 1922 registrò circa 757.000 abitanti: quasi 591.000 musulmani, circa 84.000 ebrei e oltre 82.000 cristiani e appartenenti ad altre comunità. I timori arabi aumentarono con l’immigrazione ebraica e con lo sviluppo delle istituzioni economiche e politiche sioniste. Nel 1919 Balfour aveva già riconosciuto apertamente la difficoltà della situazione. In un memorandum a Lord Curzon affermò che le potenze non intendevano nemmeno consultare formalmente gli abitanti della Palestina sulle scelte riguardanti il loro futuro. La contraddizione era evidente: mentre in Europa si affermava il principio di autodeterminazione dei popoli, la Palestina veniva amministrata secondo un progetto deciso principalmente dalle potenze vincitrici.
La rivolta araba, le persecuzioni naziste e la rottura con Londra
Le tensioni sfociarono ripetutamente in violenze tra comunità e contro l’amministrazione britannica. Il conflitto raggiunse una fase particolarmente grave con la rivolta araba del 1936-1939, diretta contro il dominio britannico e l’immigrazione sionista. La repressione britannica fu durissima. Nel frattempo, le persecuzioni antiebraiche in Germania e nell’Europa controllata dai nazisti accrescevano drammaticamente la necessità di luoghi di rifugio. Nel 1939 Londra pubblicò un nuovo Libro Bianco, prevedendo un limite di 75.000 immigrati ebrei nei successivi cinque anni e subordinando ulteriori ingressi al consenso della popolazione araba. Per il movimento sionista fu un tradimento della promessa del 1917, tanto più grave alla vigilia dell’Olocausto. Durante la Seconda guerra mondiale, gran parte del movimento sionista collaborò con gli Alleati contro la Germania nazista. Alcune organizzazioni radicali, però, intrapresero una lotta armata contro il dominio britannico. Dopo il 1945, con centinaia di migliaia di sopravvissuti ebrei ancora nei campi profughi europei e Londra intenzionata a limitare l’immigrazione in Palestina, il conflitto con le autorità mandatarie divenne sempre più violento.
Irgun e Lehi: le organizzazioni che attaccarono gli inglesi
Due organizzazioni clandestine furono protagoniste degli attentati più gravi contro i britannici: l’Irgun Zvai Leumi, fondato nel 1931 e successivamente guidato da Menachem Begin, e il Lehi, conosciuto dai britannici come Banda Stern, nato nel 1940 da una scissione dell’Irgun. Entrambe praticarono azioni armate e attentati terroristici, ma non rappresentavano l’intero movimento sionista. Il 6 novembre 1944 due militanti del Lehi assassinarono al Cairo Lord Moyne, ministro britannico residente per il Medio Oriente. L’omicidio suscitò profonda indignazione nel Regno Unito. L’episodio più sanguinoso avvenne il 22 luglio 1946, quando militanti dell’Irgun fecero esplodere una parte del King David Hotel di Gerusalemme, dove si trovavano uffici dell’amministrazione britannica. Morirono 91 persone, fra cui 41 arabi, 28 britannici, 17 ebrei e cinque persone di altre nazionalità. L’attentato colpì quindi anche numerosi civili. L’Irgun sostenne di avere comunicato avvertimenti prima dell’esplosione, ma la dinamica delle segnalazioni e delle responsabilità rimase controversa. L’Haganah, principale organizzazione armata ebraica, condannò pubblicamente il massacro. Essa stessa aveva partecipato ad azioni di sabotaggio contro il Mandato, come la distruzione di ponti nella notte tra il 16 e il 17 giugno 1946, ma non tutte le azioni delle diverse organizzazioni erano assimilabili per obiettivi e modalità.
Roma, lettere esplosive e due sergenti impiccati: gli altri attentati
La campagna terroristica contro gli interessi britannici non rimase confinata alla Palestina. Nella notte del 31 ottobre 1946, un commando dell’Irgun collocò ordigni esplosivi presso l’ambasciata britannica a Roma. L’esplosione danneggiò gravemente l’edificio e ferì due passanti italiani. L’episodio è stato ricostruito anche attraverso documenti della polizia italiana e dell’intelligence britannica. Dimostra che l’Irgun aveva esteso la propria campagna all’Europa, colpendo direttamente le rappresentanze diplomatiche di Londra. Nel giugno 1947 il Lehi organizzò inoltre l’invio di lettere esplosive destinate a funzionari britannici nella capitale inglese. Particolarmente drammatico fu un altro episodio del luglio 1947. L’Irgun sequestrò due sergenti britannici, Clifford Martin e Mervyn Paice, trattenendoli come ostaggi durante la controversia sull’esecuzione di alcuni suoi militanti. Dopo l’impiccagione di tre membri dell’Irgun da parte delle autorità britanniche, i due sergenti furono uccisi. I loro corpi, ritrovati il 31 luglio appesi agli alberi in un boschetto vicino a Netanya, erano stati anche collegati a ordigni esplosivi: uno ferì un ufficiale intervenuto sul posto. Il fatto venne discusso quello stesso giorno alla Camera dei Comuni britannica, dove il governo denunciò formalmente l’assassinio. Questi avvenimenti documentano quanto profondamente si fosse deteriorato il rapporto tra la potenza che aveva sostenuto il progetto sionista e alcune delle organizzazioni intenzionate a realizzarlo.
Il 1947, la nascita di Israele e la catastrofe palestinese
Nel febbraio 1947, incapace di trovare una soluzione condivisa e sempre più provato dal conflitto, il governo britannico decise di rimettere la questione palestinese alle Nazioni Unite. Il 29 novembre l’Assemblea generale approvò la risoluzione 181, che raccomandava la divisione della Palestina in uno Stato ebraico e uno arabo, con un regime internazionale speciale per Gerusalemme. La leadership sionista accettò il piano come base per la costituzione di uno Stato, mentre i dirigenti arabi lo respinsero, considerandolo una violazione dei diritti della maggioranza della popolazione. Seguì una guerra civile tra comunità, successivamente estesasi agli eserciti degli Stati arabi confinanti dopo la proclamazione dello Stato di Israele, il 14 maggio 1948. Per gli israeliani quella guerra rappresentò l’indipendenza nazionale, raggiunta dopo secoli di diaspora e all’indomani della tragedia dell’Olocausto. Per i palestinesi fu la Nakba, la catastrofe: circa 700.000 persone fuggirono o furono espulse dalle loro case, lasciando città e villaggi nei quali le loro famiglie vivevano da generazioni. Il Mandato britannico terminò nel maggio 1948, ma la questione che Londra aveva contribuito a trasformare in un problema internazionale rimase irrisolta. La Dichiarazione Balfour aveva favorito il processo che condusse alla nascita di Israele, senza offrire una soluzione condivisa al problema dell’autodeterminazione palestinese.
Le conseguenze fino al 2026: il peso di una promessa incompleta
A oltre un secolo di distanza, la Dichiarazione Balfour continua a essere interpretata in modi profondamente differenti. Per molti israeliani rappresenta il primo grande riconoscimento diplomatico internazionale delle aspirazioni nazionali ebraiche. Per molti palestinesi simboleggia invece una decisione coloniale assunta senza il consenso della popolazione maggioritaria del territorio. I problemi rimasti aperti comprendono il riconoscimento e la sicurezza dei due popoli, i confini, Gerusalemme, gli insediamenti israeliani, i profughi palestinesi e la possibilità di uno Stato palestinese realmente sovrano. Naturalmente il documento del 1917 non spiega da solo tutte le guerre e le decisioni successive, comprese l’occupazione iniziata nel 1967 e le tragedie degli ultimi decenni. Rappresenta però un passaggio fondamentale nell’origine dell’attuale contesa nazionale e territoriale. Un fatto recente rende ancora più evidente il peso della storia: il 21 settembre 2025 il Regno Unito ha riconosciuto formalmente lo Stato di Palestina. Il governo britannico ha richiamato esplicitamente il proprio ruolo storico, ribadendo l’obiettivo di una soluzione fondata su due Stati, Israele e Palestina, capaci di convivere in pace e sicurezza. È un passaggio particolarmente significativo: la potenza che nel 1917 aveva sostenuto la sede nazionale ebraica ha riconosciuto, oltre un secolo dopo, anche la statualità palestinese. La vicenda della Dichiarazione Balfour insegna soprattutto quanto possano essere durature le conseguenze di un impegno diplomatico quando il destino di popoli diversi viene deciso senza una soluzione condivisa per i rispettivi diritti.
Leggi anche Il 4 giugno 1944 la liberazione di Roma





Ancora nessun commento.