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Lucio Battisti un mito discreto che affascina la storia

Lucio Battisti
Lucio Battisti

Il 9 settembre del 1998 moriva Lucio Battisti lasciando un vuoto enorme nel panorama musicale italiano. Lo ricordiamo per le sue canzoni che hanno appassionato l’Italia del miracolo economico e che continuano, ancora oggi, a essere apprezzate anche da generazioni anagraficamente distanti da quella di Lucio Battisti.

Quando Lucio Battisti morì, quel 9 settembre del 1998 la provincia di Napoli era sotto choc perché nel pomeriggio vi era stato un terremoto avvertito anche nei pressi del capoluogo partenopeo. Erano passati 18 anni dal terremoto del 1980 e quella piccola scossa non spaventava i reduci del sisma dell’Irpinia, tuttavia fu sufficiente a generare uno stato d’ansia.

Lucio Battisti, quel “mito discreto” entrato nelle nostre case

Il tg5 della sera era condotto, all’epoca, da un più o meno giovane Enrico Mentana. Giovane anagraficamente visto che di esperienza ne aveva eccome. Il tg dovette occuparsi anche del terremoto ma quando si parlò di Lucio Battisti il titolo fu “È morto Battisti un mito discreto”.

Per anni ho pensato a cosa fosse un mito e cosa significasse essere “discreto”. In matematica ciò che è discreto è spesso usato in contrapposizione a ciò che è continuo ma la mente di un mito del giornalismo come Enrico Mentana non avrebbe pensato a qualcosa di così freddo e settoriale. Fatto sta che il servizio successivo fu tutt’altro che riduttivo. Negli anni poi capii che quel mito discreto voleva intendersi come un mito giusto, nei giusti limiti, come una persona di un’arte, popolare o nazionalpopolare, per dirla alla Gramsci, che entrava nelle case e nelle vite degli italiani lasciando il segno ma senza invadere, senza forzare. Sicuramente la forza di quella portata comunicativa era significativamente dovuta anche ai decenni di collaborazione con Giulio Rapetti Mogol, ma il mito Battisti era davvero qualcosa capace di mettere i brividi anche a quelle generazioni di giovanissimi dell’epoca che per ragioni anagrafiche, complice la sua scelta di restare lontano dalle scene, non avevano avuto modo di vedere neppure in televisione il grande Battisti.

Quanti di noi hanno fatto una dichiarazione d’amore attraverso la voce di Battisti e le parole di Mogol

Quando si ascoltava una canzone targata Battisti – Mogol era lecito aspettarsi le emozioni, sulla pelle, nelle orecchie, nell’anima. Era questo il mito, la sua voce educata, originale, mai sgranata o sguaiata, non invadente certamente gentile, dove per gentile si può intendere un sinonimo di cortesia ma anche nella sua accezione che indica la nobiltà. Enrico Mentana parlando di lui ebbe a dire che era morto un uomo di 55 anni con la faccia di un ragazzino. Questo era vero. Un’intera generazione conosceva il suo nome associandolo al volto non ancora trentenne del Battisti di “Un’avventura”, a quello del giovane cantante della famosa “I Giardini di marzo”, al timido e al contempo impavido amore esposto con grazie nella celeberrima “La Canzone del Sole”. Sono solo alcuni dei successi della coppia Battisti Mogol.

Sul finire degli anni Novanta il paragone di altre arti con il calcio era quasi all’ordine del giorno. Poiché nel calcio chi fa divertire di solito sono i calciatori che realizzano goal, si era soliti paragonare la coppia di autori musicali a una coppia di attaccanti. L’emozione era garantita. Spesso però le loro parole erano in un filo diretto con l’anima dell’ascoltatore. Il Novecento aveva regalato a quella e alle generazioni successive un paroliere e un cantante che con il loro sodalizio sono stati capaci di emozionare, di trasmettere sentimenti e regalare momenti di gioia a un intero popolo. Del resto cos’è l’arte se non la capacità di pensare con la mente ed esprimersi con il cuore? In questo Battisti e Mogol sono maestri e Mentana, nel suo dovere di fare cronaca non fu da meno, quel giorno come quasi ogni giorno di sua conduzione e direzione.

Lucio Battisti fu un uomo capace di regalare emozioni in vita. Certo occorre scegliere bene il tempo per uscire di scena. Il grande cantante di Poggio Bustone scelse di non farsi più vedere in televisione fin dal 1980 quando si esibì per una televisione svizzera cantando la canzone “Amore mio di provincia” tratto dall’album “Una giornata uggiosa”. Nelle sue parole ogni frase era un brivido, ogni periodo un’emozione, ogni rima un’evocazione della potenza dell’amore e di tutte le più belle sensazioni umane.

Successivamente lavorò ad altre canzoni avendo come paroliere Pasquale Panella. Si sono dette e tuttora si dicono e scrivono tante cose, su di lui, sul suo rapporto con Mogol, sugli ultimi giorni di vita e su dinamiche che avrebbero intrecciato vicende familiari e professionali. A noi però questo non interessa, un mito discreto, non seppur discreto, è un mito e come tale lo si accetta così com’è. Oggi nella sua Poggio Bustone vi è anche un museo dedicato a Lucio Battisti che in un certo senso, permette a chi lo visita di avvicinarsi, per un attimo al vissuto del grande artista.

Leggi anche Un secolo fa l’omicidio di Giacomo Matteotti

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