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Il 4 giugno 1944 la liberazione di Roma

Soldati angloamericani a Roma in Piazza Venezia il 5 giugno 1944
Soldati angloamericani a Roma in Piazza Venezia il 5 giugno 1944

Oggi è il 4 giugno, e il calendario ci restituisce una di quelle date in cui la Storia sembra voler parlare con più forza. Per chi si occupa di memorie e carte d’archivio, ma anche per chi semplicemente leva lo sguardo verso le mura antiche di Roma, questo giorno porta con sé l’eco di un evento che mutò il corso del Novecento italiano. Stiamo parlando, naturalmente, della liberazione di Roma dal giogo nazifascista, avvenuta proprio il 4 giugno del 1944. Ottantadue anni dopo (correva l’anno 1944, un refuso comune lo sposta al 1945, ma la data autentica è scolpita nella memoria), la capitale fu la prima grande metropoli europea a essere sottratta all’occupazione tedesca dalle armate alleate, regalando al mondo un’immagine di giubilo che avrebbe fatto il giro del globo. Raccontare quei giorni, evitando la retorica consunta e la facile oleografia, significa addentrarsi in una trama complessa, fatta di scelte militari contestate, sofferenze popolari, resistenza silenziosa e calcoli politici che pesano ancora sul giudizio degli storici.

La città sospesa tra fame e terrore

Per comprendere l’atmosfera che si respirava nella Roma del 4 giugno, occorre fare un passo indietro e immergersi nei nove mesi di occupazione tedesca seguiti all’armistizio dell’8 settembre 1943. Roma era una città “aperta”, dichiarazione unilaterale del governo Badoglio mai veramente riconosciuta né rispettata dalla Wehrmacht. Le truppe di Kesselring la trattarono come un nodo cruciale per le linee di comunicazione verso il fronte di Cassino, e la sottoposero a un regime di polizia spietato, orchestrato dal tenente colonnello Herbert Kappler. La popolazione, gonfiata dagli sfollati, pativa la fame, il coprifuoco, le retate nei quartieri popolari. In quel deserto di speranze, la Resistenza romana – dai militari del Fronte Clandestino ai Gap di via Rasella – tenne accesa una fiammella di opposizione, pagandone il prezzo con il sangue. L’attentato del 23 marzo 1944 costò ai tedeschi 33 soldati, e scatenò la rappresaglia delle Fosse Ardeatine: 335 civili e militari uccisi in una cava sulla via Ardeatina, un crimine che segnò come un marchio a fuoco la coscienza della città.

In quel clima, l’arrivo degli Alleati non era soltanto un’operazione militare, ma l’orizzonte di salvezza per un’intera comunità. La radio e i giornali clandestini diffondevano notizie frammentarie: dopo mesi di stallo sul fiume Rapido e di assalti frontali a Montecassino, qualcosa si era mosso. L’operazione Diadem, scattata l’11 maggio 1944, aveva finalmente sfondato la Linea Gustav, aprendo la strada verso la valle del Liri. Le divisioni americane, britanniche, francesi, polacche e canadesi incalzavano un nemico in ripiegamento. E Roma, per qualche settimana, divenne il premio conteso in una partita che mescolava strategia e prestigio personale.

Da Belisario a Mark Clarke: conquistare Roma da sud

È qui che la cronaca militare si intreccia con le ambizioni dei protagonisti. Il generale Mark W. Clark, comandante della V Armata americana, aveva un obiettivo dichiarato che andava oltre i piani del suo superiore, il britannico Harold Alexander comandante di tutte le forze alleate in Italia: voleva entrare a Roma prima di chiunque altro, per guadagnare le luci della ribalta internazionale ed essere il primo, 15 secoli dopo Belisario, a conquistare Roma da sud. Alexander intendeva invece sfruttare lo sfondamento per tagliare la strada alla ritirata della X Armata tedesca, intrappolando forze ingenti tra Cassino e il Tirreno. Clark scelse di deviare, puntando dritto verso la capitale con il grosso delle sue divisioni, lasciando che i tedeschi si ritirassero in relativo ordine verso la successiva linea difensiva, quella Gotica. Una decisione controversa, che ancora oggi divide gli storici militari e che costò ai reparti americani perdite non indifferenti nei combattimenti sulle alture di Velletri e Valmontone.

Dall’altra parte, il feldmaresciallo Albert Kesselring, consapevole del valore storico e simbolico di Roma, e forse sensibile alle pressioni vaticane, prese una decisione che risparmiò alla città una battaglia casa per casa. Pur non avendo mai riconosciuto formalmente lo status di “città aperta”, ordinò il ripiegamento generale il 3 giugno, dichiarando Roma “zona non difesa” all’ultimo minuto. I genieri tedeschi minarono alcuni ponti, ma risparmiarono quelli di maggior pregio storico e la gran parte delle infrastrutture essenziali, mentre le retroguardie si allontanavano verso nord sulla via Cassia e la via Flaminia. Quell’ordine, dettato da freddo calcolo strategico più che da improvviso rispetto per l’arte, permise agli Alleati di entrare in una capitale intatta ma prostrata.

Le prime avanguardie americane della 1st Armored Division e della 36th Infantry Division raggiunsero la periferia sud nelle prime ore del 4 giugno. Il ponte di Mezzocammino fu attraversato, e le colonne cominciarono a risalire l’Appia e la Cristoforo Colombo. Alle prime luci, mezzi corazzati e jeep fecero il loro ingresso nei quartieri di San Giovanni, Porta Maggiore e poi nel cuore della città. Le cronache parlano di un’esplosione di gioia popolare che travolse tutto: uomini e donne uscirono dalle case dopo lunghi mesi di clandestinità, lanciando fiori e sigarette, abbracciando i soldati. Piazza Venezia, il Campidoglio, piazza San Pietro si riempirono di una folla incredula, che sventolava bandiere tricolori nascoste per un inverno. Le campane di Roma, mute per ordine tedesco, ricominciarono a suonare a distesa, creando un concerto spontaneo di sollievo.

Non fu solo un tripudio ma l’inizio di una ricostruzione materiale e morale. I partigiani scesero dai tetti e dalle soffitte, i membri del CLN uscirono dalla clandestinità per prendere possesso degli uffici pubblici. Pio XII si affacciò a piazza San Pietro per ringraziare “le schiere liberatrici” e invocare la pace, in un gesto che contribuiva a riannodare un tessuto civile lacerato. Eppure, la festa romana aveva il sapore amaro di una guerra non ancora finita: il fronte si sarebbe spostato in Toscana e gli orrori del conflitto avrebbero segnato per un altro anno l’Italia settentrionale.

Leggi anche Il 2 settembre 1945 finiva ufficialmente la Seconda Guerra Mondiale

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