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Il ballottaggio: dalle castagne medievali alle urne di oggi

Storia e applicazione del ballottaggio
Storia e applicazione del ballottaggio

Il termine “ballottaggio” porta con sé un’eco antica e tutta italiana. Deriva dal fiorentino ballotta, che indicava la castagna, e affonda le radici nella Firenze medievale. Nella Torre della Castagna, ancora visibile in piazza San Martino, i Priori delle Arti si riunivano in lunghi conclavi per decidere le questioni più delicate. Il voto avveniva in modo semplice ma efficace: ciascuno inseriva una castagna in uno dei sacchetti che rappresentavano le diverse opzioni. Alla fine si contavano le castagne e vinceva la scelta che ne aveva raccolte di più. Da quel meccanismo di conteggio a maggioranza nacque l’idea di sottoporre a una seconda prova i candidati più forti quando al primo scrutinio nessuno aveva prevalso in modo netto.

Accanto a questa tradizione toscana esiste un filone veneziano altrettanto importante. Nella Serenissima l’elezione del doge prevedeva un complicato sistema di sorteggi e votazioni segrete che faceva largo uso di balòte, sfere dorate o argentate. Dispositivi fisici, come cilindri a doppia uscita scoperti nel Palazzo Querini Stampalia, permettevano di far cadere segretamente una pallina in uno dei due sacchetti, bianco o verde mare, per esprimere sì o no senza che nessuno potesse vedere la scelta. Questo “hardware” del voto segreto influenzò profondamente i sistemi che, tra Sette e Ottocento, si diffusero in Europa e oltreoceano. Non è un caso che in inglese l’urna elettorale si chiami ancora ballot box.

Nel corso dell’Ottocento il meccanismo del doppio turno entrò a pieno titolo nella politologia e nella pratica istituzionale. Il Regno di Sardegna lo adottò già con lo Statuto albertino del 1848 per l’elezione della Camera: nei collegi uninominali, se nessun candidato raggiungeva la maggioranza assoluta al primo turno, si andava al ballottaggio tra i due più votati. Dopo l’Unità d’Italia il sistema rimase in vigore fino al 1919, quando fu sostituito dal proporzionale puro. In quegli stessi decenni anche la Francia e gli Stati Uniti guardarono con interesse ai modelli italiani e veneziani. La Quinta Repubblica francese, con la Costituzione del 1958 e la riforma presidenziale del 1962, fece del doppio turno uno dei suoi pilastri: per il presidente della Repubblica si richiede la maggioranza assoluta al primo turno, altrimenti si va al ballottaggio quattordici giorni dopo tra i due candidati più votati; per i deputati vale una regola analoga, con la particolarità che possono accedere al secondo turno tutti coloro che abbiano ottenuto almeno il 12,5 per cento degli iscritti.

In Italia il ballottaggio tornò protagonista con la grande riforma degli enti locali del 1993. La legge 25 marzo 1993 n. 81 introdusse l’elezione diretta del sindaco e, per i comuni con più di quindicimila abitanti, stabilì che, se nessun candidato ottiene la maggioranza assoluta dei voti validi al primo turno, si procede al ballottaggio tra i due più votati. Il secondo turno si tiene di norma la seconda domenica successiva. Nei comuni più piccoli, invece, basta la maggioranza relativa: solo in caso di parità perfetta si ricorre al ballottaggio. Questa scelta legislativa ha accompagnato l’elezione diretta anche dei presidenti di regione in alcune esperienze, pur con varianti nel tempo.

All’estero il doppio turno resta uno strumento diffuso soprattutto per le cariche monocratiche. In Francia è diventato quasi una regola fissa per l’Eliseo e un passaggio ricorrente per l’Assemblea nazionale. Molti paesi dell’America Latina lo applicano alle elezioni presidenziali proprio per assicurare che il vincitore possa contare su un sostegno più ampio del semplice pluralismo. In alcuni Stati americani si ricorre ancora al runoff in determinate consultazioni, mentre sistemi come quello britannico o australiano preferiscono altre soluzioni, dal first-past-the-post al voto preferenziale. In ogni caso, il ballottaggio continua a essere studiato nella politologia contemporanea come uno dei modi più efficaci per coniugare rappresentanza e governabilità.

La ratio legislativa che giustifica il doppio turno è chiara e rimane attuale. Si tratta di conferire al vincitore una legittimità più solida, costringendolo a cercare consensi al di là del proprio nucleo originario. Nel primo turno gli elettori possono esprimere la loro preferenza più sincera; nel secondo sono invitati a scegliere tra le due opzioni rimaste, spesso dopo accordi o ritirate strategiche. In questo modo si riduce il rischio che un candidato vinca con una percentuale modesta in un campo molto frammentato e si favorisce la formazione di maggioranze operative. In Italia, nel caso dei sindaci, la norma ha anche lo scopo di rafforzare la figura del primo cittadino, legando strettamente la sua elezione alla composizione del consiglio comunale e fornendogli un mandato più chiaro per governare.

Proprio in questi giorni il meccanismo ha ritrovato piena attualità. Nelle elezioni amministrative del 7 e 8 giugno 2026, dopo il primo turno del 24 e 25 maggio, numerosi comuni italiani, tra cui alcuni capoluoghi di provincia, hanno visto aprirsi le urne per il ballottaggio. In queste tornate gli elettori hanno scelto tra i due candidati rimasti in lizza, confermando ancora una volta come uno strumento nato tra castagne e sfere metalliche nella Firenze e nella Venezia di secoli fa continui a decidere il volto delle amministrazioni locali del nostro Paese.

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