L’8 giugno 1967 diversi Mirage III e Mystère IV israeliani attaccarono, durante la guerra dei Sei Giorni, la USS Liberty, una nave spia americana armata dalla NSA che si trovava a 25,5 miglia a largo di El-Arish una città egiziana che proprio quel giorno era stata attaccata delle forze israeliane. La Uss Liberty era una nave cargo utilizzata durante la Seconda Guerra mondiale. In epoca post bellica era stata riconvertita a nave spia con l’installazione di ben 40 antenne e sole 4 mitragliatrici che servivano per una difesa della nave che risultava, quindi, del tutto sprovvista di capacità offensive. Lo scopo della Liberty era quello di spiare le comunicazioni radio dei paesi Arabi coinvolti nel conflitto e non di intercettare quelle israeliane.
L’attacco israeliano durò in tutto 75 minuti e iniziò alle 14 in punto, ora locale dell’8 giugno 1967. Alle 14:05 i Mirage iniziarono a colpire la nave – che si trovava a 25,5 miglia dalla costa, quindi in acque internazionali – con dei proiettili a mitragliatrice da 30 mm. Per circa 15 minuti anche i Mystère sganciarono sulla nave diverse bombe al napalm. Alle 14:20 arrivarono 3 motosiluranti, la prima di queste, la MT-206, come riferito da diversi testimoni e riportato da Enciclopedia Britannica, colpì la nave con un siluro che squarciò lo scafo ma non provocò l’affondamento. Il siluro provocò la morte di 25 marinai, altri 9 sarebbero morti successivamente mentre i feriti furono 171.
L’attacco si concluse alle 15:15 ma non era ancora conclusa la vicenda che poi avrebbe reso la vicenda della liberty uno dei principali casi ambigui e irrisolti del secondo dopoguerra.
La USS Liberty fece fatica a chiedere soccorsi sia perché nessuno a bordi si aspettava un attacco da parte degli israeliani, sia perché l’apparato di comunicazione fu reso parzialmente inutilizzabile dall’attacco. Il centro di comando militare nazionale di Washington alle 15:11 informò la sesta flotta d’istanza a largo di Creta, dell’avvenuto attacco. Le portaerei Saratoga e America fecero levare in volo dei caccia che avrebbero impiegato comunque diversi minuti per raggiungere il luogo dell’accaduto. Fatto sta che in un’intervista del 17 dicembre 1993 Robert McNamara, all’epoca dei fatti Segretario alla Difesa, ammise di aver chiesto al comandante della Saratoga, alle 15:45, di far rientrare i caccia senza soccorrere la Liberty e per l’esecuzione dell’ordine, il comandante della Sesta Flotta, l’ammiraglio Geis, chiese, e ottenne, al capo del Pentagono di ricevere l’ordine direttamente dal presidente Lyndon Johnson.
Secondo varie fonti dell’epoca, il presidente degli Stati Uniti avrebbe giustificato l’ordine dicendo “non ho alcuna intenzione di imbarazzare un alleato”. Di fatto, le scuse degli israeliani furono immediate e il comandante israeliano del gruppo d’attacco salì a bordo della Liberty per dare assistenza ai feriti ma gli americani rifiutarono l’offerta e fecero rientrare la nave a Creta. La Uss Liberty aveva uno squarcio di 12 metri sullo scafo. Si trattò del più grave attacco subito dalla marina degli Stati Uniti dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.
Le cause furono additate innanzitutto alla confusione. Secondo gli israeliani – impegnati nella Guerra dei Sei Giorni – le forze aeree avevano confuso la Uss Liberty con una nave egiziana la El Quesir, significativamente più piccola e con struttura diversa. I marinai americani dissero in seguito che al mattino numerosi elicotteri israeliani avevano sorvolato la Liberty e si erano addirittura scambiati dei saluti con i piloti.
Una menzione a parte merita la questione della bandiera. Secondo gli israeliani non era visibile dal cielo. Il segretario di stato Dean Rusk protestò con l’ambasciatore israeliano additando il fatto che la visibilità era ottima e che la luce del giorno avrebbe dovuto permettere un’accurata identificazione della nave, cosa che, in ogni caso, sarebbe dovuta avvenire prima di lanciare un attacco di quelle proporzioni. Al momento dell’attacco la bandiera esposta era di 5×8 piedi, cioè circa 1,5×2,4 metri. In seguito alla prima ondata, il vessillo fu distrutto ma il comandante la fece sostituire con la Holiday Ensign, la bandiera usata per le cerimonie, ancora più grande 7×13 piedi equivalenti a 2,1×4 metri ma l’attacco proseguì.
L’ipotesi più accreditata fu, in seguito, quella che gli israeliani volessero impedire alla nave spia americana di intercettare le comunicazioni radio provenienti da El Arish, località nella quale i soldati dell’IDF stavano eseguendo condanne a morte sommarie a danno dei soldati prigionieri appartenenti alle divisioni egiziane.
Sul piano diplomatico Israele ammise l’errore e presentò scuse immediate al governo degli Stati Uniti. Una successiva inchiesta interna alle forze armante israeliane rivelò che il comando israeliano conosceva già dal mattino la posizione della Liberty e che l’unità americana era stata correttamente segnalata su una lavagna che indicava la posizione in mare di tutte le imbarcazioni. La Liberty era quindi stata correttamente marcata come nave amica. Secondo l’inchiesta israeliana il problema si generò al momento del cambio di turno perché l’impiegato di fine turno non aveva informato il collega che lo stava sostituendo che la nave si trovava ancora lì, quindi chi montava il turno suppose che la nave non ci fosse più e rimosse l’indicazione dalla lavagna impedendo così la corretta identificazione dell’imbarcazione. Anche negli Stati Uniti ci furono delle inchieste ma la volontà del governo americano era quella di chiudere la faccenda il prima possibile per evitare di avere problemi con Israele in un periodo molto delicato della Guerra Fredda. Dal canto suo lo stato ebraico pagò 13 milioni di dollari di risarcimenti per marinai. Per quanto riguarda la Liberty, dopo una revisione dei cantieri navali, si decise di demolirla a causa degli altissimi costi di riparazione.
Numerose testimonianze rese dall’ammiraglio Geis ma anche da altri protagonisti del tempo, militari e politici americani, lasciano intendere che sull’episodio non sia mai stata accertata pienamente la verità
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