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Solidarność: il sindacato in Polonia e la breccia nella cortina di ferro

Solidarność: il sindacato in Polonia e la breccia nella cortina di ferro
Solidarność: il sindacato in Polonia e la breccia nella cortina di ferro

Dagli scioperi dei cantieri di Danzica alla repressione militare, dalla clandestinità alle elezioni del 1989: la storia di un movimento operaio diventato una forza democratica di massa. Una vicenda nella quale libertà politica e giustizia sociale si incontrarono, senza riuscire sempre a procedere insieme.

Solidarność, una parola che diventò un programma

Solidarność significa solidarietà. Prima di diventare uno dei nomi più riconoscibili del Novecento, indicò una scelta concreta: continuare a scioperare anche dopo aver ottenuto qualcosa per sé, perché altri lavoratori erano ancora esposti alle ritorsioni.

È quanto avvenne nell’agosto 1980 ai cantieri navali di Danzica, Gdańsk in polacco. Da quella decisione nacque un’organizzazione capace di raccogliere quasi dieci milioni di iscritti e di contestare una contraddizione fondamentale dei regimi comunisti dell’Europa orientale: uno Stato che dichiarava di governare in nome dei lavoratori impediva ai lavoratori di rappresentarsi autonomamente. Solidarność fu un sindacato, ma diventò anche un movimento sociale, una rete di resistenza e il principale interlocutore dell’opposizione nella transizione polacca del 1989. Per comprenderla occorre distinguere queste dimensioni: il sindacato esiste ancora, mentre la vasta comunità politica raccolta sotto quel nome si è divisa in correnti e percorsi differenti.

Le radici: le proteste prima del 1980

La nascita di Solidarność non fu improvvisa. Nella Polonia del dopoguerra il potere era concentrato nel Partito operaio unificato polacco, il PZPR, all’interno del sistema di alleanze e dipendenze guidato dall’Unione Sovietica. Le organizzazioni sindacali ufficiali non costituivano un contrappeso indipendente al partito-Stato. Il malcontento esplose più volte: nella rivolta operaia di Poznań del 1956, nelle contestazioni del 1968, nelle proteste del 1970 e in quelle del 1976. Le cause variavano, ma difficoltà economiche, repressione e mancanza di libertà si intrecciavano. Particolarmente profonda rimase la ferita del dicembre 1970, quando le proteste contro l’aumento dei prezzi furono represse nel sangue nelle città della costa baltica. La memoria dei lavoratori uccisi diventò una componente essenziale dell’identità dei cantieri di Danzica. Dieci anni dopo, gli organizzatori avrebbero cercato di evitare una nuova strage scegliendo lo sciopero con occupazione degli stabilimenti, anziché esporre subito i manifestanti allo scontro nelle strade. La nonviolenza nasceva anche dall’esperienza della sconfitta.

Il KOR: quando operai e intellettuali impararono a collaborare

Dopo la repressione delle proteste del giugno 1976, soprattutto a Radom e Ursus, si formò il Comitato di difesa degli operai, conosciuto con la sigla KOR. La sua nascita fu annunciata il 23 settembre 1976. Il comitato organizzava raccolte di denaro, assistenza legale e medica, sostegno alle famiglie dei lavoratori licenziati o incarcerati. Il suo contributo più duraturo fu costruire una collaborazione fra ambienti operai e intellettuali dell’opposizione, superando una distanza che aveva indebolito le precedenti mobilitazioni. Informazioni sugli abusi, pubblicazioni indipendenti e reti personali circolavano fuori dai canali controllati dal regime. L’opposizione imparava a organizzarsi nella società, senza attendere una riforma concessa dall’alto. Quando scoppiarono gli scioperi del 1980, esistevano dunque competenze, contatti e rapporti di fiducia. La spontaneità della protesta incontrò anni di preparazione.

Giovanni Paolo II e la forza di riconoscersi in una comunità

L’elezione del papa polacco Karol Wojtyła nel 1978, modificò profondamente il clima del Paese. Il viaggio di Giovanni Paolo II in Polonia nel giugno 1979 rese visibile una comunità nazionale che poteva riunirsi attorno a un’autorità diversa da quella del partito. Nell’omelia pronunciata a Varsavia il 2 giugno, il pontefice collegò dignità della persona, memoria storica e identità spirituale del popolo polacco. Il significato politico non consisteva in un programma di governo, ma nella riaffermazione di uno spazio umano e morale non esaurito dallo Stato. La Chiesa avrebbe offerto luoghi d’incontro, protezione, assistenza e mediazione. Tuttavia, Solidarność non fu semplicemente un’organizzazione della Chiesa: vi convivevano cattolici, laici, socialisti democratici, conservatori e persone senza un’identità politica definita. Il riferimento religioso era fortissimo, ma non spiega da solo un movimento così ampio.

Agosto 1980: il licenziamento di Anna Walentynowicz

Nell’estate 1980 una nuova ondata di scioperi attraversò il Paese. Il 7 agosto, ai cantieri Lenin di Danzica, fu licenziata Anna Walentynowicz, gruista e attivista dei sindacati liberi della costa, a pochi mesi dalla pensione. La protesta in sua difesa cominciò il 14 agosto. Alla preparazione contribuì Bogdan Borusewicz, mentre alcuni giovani lavoratori avviarono lo sciopero dentro lo stabilimento. Lech Wałęsa, elettricista già licenziato dai cantieri nel 1976, ne diventò il leader più riconoscibile. Le prime richieste comprendevano il reintegro dei lavoratori allontanati, aumenti salariali e un monumento alle vittime del 1970. Il conflitto aveva quindi già una dimensione più ampia della paga: riguardava la libertà di organizzarsi e il diritto alla memoria.

Il 16 agosto: non abbandonare gli altri

Il 16 agosto la direzione dei cantieri accettò le principali richieste locali. Wałęsa annunciò la conclusione dello sciopero. Molti operai cominciarono a uscire. Ma nel frattempo altri stabilimenti e servizi avevano aderito alla mobilitazione. Chiudere tutto avrebbe significato lasciarli soli, senza aver ottenuto garanzie analoghe. Fu decisivo l’intervento di attiviste come Anna Walentynowicz e Alina Pienkowska, insieme ad altre protagoniste della protesta, che contribuirono a fermare l’uscita degli operai e a convincerli a proseguire. Nacque il Comitato interaziendale di sciopero, MKS, presieduto da Wałęsa. La controversia di una fabbrica diventò una mobilitazione fra luoghi di lavoro diversi. La forza di ciascuno dipendeva dalla decisione di non separare il proprio interesse da quello degli altri: è questo il significato originario del nome Solidarność.

Le ventuno richieste: il salario non bastava

Il comitato elaborò ventuno richieste, esposte su grandi tavole diventate un simbolo del movimento e inserite nel 2003 nel registro UNESCO Memory of the World. La prima era la più dirompente: accettare sindacati liberi, indipendenti dal partito e dai datori di lavoro. Seguivano il diritto di sciopero, la libertà di espressione, la tutela delle persone perseguitate e la diffusione pubblica delle richieste. Accanto alle libertà politiche comparivano bisogni quotidiani: salari, approvvigionamento alimentare, pensioni, sanità, abitazioni, asili nido e congedi di maternità. Questa combinazione è essenziale per capire Solidarność. La protesta non chiedeva soltanto una democrazia futura: domandava condizioni di vita migliori nel presente. Allo stesso tempo, aveva imparato che gli aumenti salariali, senza strumenti autonomi per difenderli, potevano essere riassorbiti dall’inflazione o svuotati dalle decisioni del potere.

Gli accordi di Danzica e la nascita del sindacato

Il 31 agosto 1980 il governo e il comitato degli scioperanti firmarono l’accordo di Danzica. Altri accordi furono conclusi negli stessi giorni in ulteriori centri industriali. Il riconoscimento della possibilità di costituire organizzazioni indipendenti aprì uno spazio senza precedenti nella Polonia comunista. Il 17 settembre i rappresentanti dei comitati decisero di creare un unico sindacato nazionale: Niezależny Samorządny Związek Zawodowy “Solidarność”, ossia Sindacato indipendente autogestito “Solidarietà”. La registrazione giudiziaria arrivò il 10 novembre 1980. Non era ancora la fine del monopolio politico comunista. Era però una trasformazione sostanziale: milioni di persone potevano riconoscersi in un’organizzazione che non dipendeva gerarchicamente dal partito.

Quasi dieci milioni di iscritti e una struttura territoriale

Nell’autunno 1981 Solidarność contava circa 9,5 milioni di iscritti, cifra spesso arrotondata a dieci milioni. L’adesione aveva oltrepassato i confini dei cantieri navali: coinvolgeva fabbriche, miniere, trasporti, uffici, scuole e altri ambienti di lavoro. Una caratteristica importante era l’organizzazione territoriale e interprofessionale. I lavoratori non si collegavano soltanto attraverso il mestiere, ma anche attraverso la regione e i rapporti fra imprese vicine. Questa struttura permetteva di sostenere una vertenza con la forza di settori differenti. L’ampiezza del movimento fu una risorsa e una difficoltà. Solidarność doveva rappresentare interessi immediati, negoziare con il governo e dare voce a un’opposizione politica molto eterogenea. Non tutti volevano procedere alla stessa velocità e non tutti immaginavano la stessa Polonia.

Una “rivoluzione autolimitata”

La studiosa Jadwiga Staniszkis definì quella stagione una rivoluzione autolimitata: un movimento che trasformava i rapporti di potere senza proclamare subito l’abbattimento del regime. La cautela non nasceva soltanto da moderazione ideologica. Pesavano l’appartenenza della Polonia al Patto di Varsavia e il ricordo degli interventi sovietici in Ungheria nel 1956 e in Cecoslovacchia nel 1968. Allargare gli spazi di autonomia senza provocare una repressione militare era una questione di sopravvivenza. Nel primo congresso nazionale, fra settembre e ottobre 1981, il sindacato approvò il programma della “Repubblica autogestita”, che attribuiva grande importanza alla partecipazione democratica e all’autonomia sociale. Un messaggio rivolto ai lavoratori dell’Europa orientale mostrò inoltre che l’esperienza polacca poteva diventare un esempio oltreconfine. Sarebbe quindi fuorviante leggere il programma del 1981 come una semplice anticipazione delle privatizzazioni del decennio successivo: nel movimento erano centrali anche controllo dei lavoratori e giustizia sociale.

Il 13 dicembre 1981: la legge marziale

Nella notte fra il 12 e il 13 dicembre 1981, il potere guidato dal generale Wojciech Jaruzelski impose la legge marziale. Le comunicazioni furono limitate, le attività sindacali sospese e migliaia di oppositori internati, compreso Wałęsa. Secondo i dati dell’Istituto polacco della memoria nazionale, durante la legge marziale furono emessi oltre diecimila provvedimenti di internamento riguardanti circa 9.700 persone: i provvedimenti non corrispondono necessariamente ad altrettanti individui distinti. Gli scioperi di resistenza furono repressi. Il 16 dicembre, alla miniera Wujek di Katowice, l’intervento delle forze di sicurezza provocò la morte di nove minatori. Il sindacato fu formalmente messo fuori legge nell’ottobre 1982. La legge marziale venne sospesa alla fine di quell’anno e abolita il 22 luglio 1983, senza che ciò comportasse il ripristino delle libertà politiche o la riammissione di Solidarność.

Jaruzelski evitò davvero un’invasione sovietica?

Jaruzelski sostenne che l’intervento militare polacco fosse stato il male minore, necessario per evitare l’ingresso delle truppe sovietiche. La minaccia percepita e le pressioni di Mosca furono reali. Tuttavia, non si può presentare come un fatto accertato che nel dicembre 1981 un’invasione fosse imminente e inevitabile. La documentazione emersa dopo la Guerra fredda ha alimentato un lungo confronto sulle intenzioni sovietiche, sulle richieste dei dirigenti polacchi e sui margini di scelta di Jaruzelski. Le ricostruzioni dell’IPN contestano esplicitamente la giustificazione dell’inevitabilità dell’invasione e documentano le pressioni per una repressione condotta dalle autorità polacche. Occorre dunque distinguere la paura contemporanea di un intervento dall’affermazione retrospettiva che esso sarebbe certamente avvenuto. La prima aiuta a comprendere le decisioni; la seconda richiede prove che non possono essere sostituite dalle dichiarazioni dei protagonisti.

La clandestinità e il lavoro meno visibile delle donne

La repressione spezzò l’organizzazione pubblica, ma non cancellò le relazioni costruite negli anni precedenti. Solidarność continuò attraverso comitati clandestini, stampa indipendente, distribuzione di materiali e sostegno alle famiglie dei perseguitati. Gli archivi conservano un vasto patrimonio di periodici e pubblicazioni prodotti fuori dalla censura. In questa fase il ruolo delle donne fu fondamentale. Militanti e giornaliste come Helena Łuczywo, Joanna Szczęsna e Anna Dodziuk contribuirono alla realizzazione del Tygodnik Mazowsze, una delle principali pubblicazioni clandestine. La ricerca storica ha evidenziato quanto queste attività siano rimaste a lungo in secondo piano rispetto alle biografie dei dirigenti uomini. Non si trattava soltanto di “aiutare” il movimento: produrre informazione, mantenere i collegamenti e organizzare la sopravvivenza delle reti era esercitare una funzione politica.

Il Nobel a Wałęsa e l’assassinio di padre Popiełuszko

Nel 1983 il premio Nobel per la pace fu assegnato a Lech Wałęsa, riconoscendo la sua lotta nonviolenta per i diritti sindacali e umani. Il premio aumentò la visibilità internazionale di un movimento che il regime tentava di isolare. A ritirarlo a Oslo fu la moglie Danuta, accompagnata dal figlio Bogdan. Wałęsa rimase in Polonia, temendo che le autorità potessero impedirgli di rientrare. La violenza, però, non era finita. Il 19 ottobre 1984 fu rapito e assassinato da uomini dei servizi di sicurezza padre Jerzy Popiełuszko, sacerdote vicino agli ambienti operai e all’opposizione. La sua morte divenne uno dei simboli più dolorosi della repressione e del legame fra fede, dignità del lavoro e resistenza civile.

Gli aiuti internazionali e il contributo italiano

Solidarność ricevette sostegno da sindacati, associazioni, comunità religiose, emigrati e governi occidentali. Gli aiuti comprendevano assistenza materiale e strumenti per mantenere viva l’organizzazione. Anche CGIL, CISL e UIL parteciparono alla mobilitazione. L’archivio Solidarność della Fondazione Giulio Pastore conserva documenti sulle delegazioni italiane, sui rapporti con il movimento e sugli aiuti umanitari, comprese lettere di ringraziamento dei cittadini polacchi. Negli Stati Uniti fu importante il sostegno sindacale dell’AFL-CIO. Le ricerche sulle operazioni dell’amministrazione Reagan hanno inoltre documentato finanziamenti clandestini della CIA destinati a sostenere la comunicazione e l’attività dell’opposizione. Questo aiuto appartiene alla storia del movimento, ma non ne spiega da solo la nascita o la forza. Solidarność aveva già radici, iscritti e capacità di mobilitazione propri: il sostegno esterno intervenne su una realtà sociale polacca, non la creò.

La Tavola rotonda

Alla fine degli anni Ottanta il regime non aveva risolto la crisi economica e non aveva recuperato una solida legittimazione. Le nuove ondate di scioperi del 1988 mostrarono che l’opposizione non era stata eliminata. Nel frattempo, la politica di Michail Gorbačëv aveva modificato il contesto internazionale. La prospettiva di un sostegno sovietico illimitato ai vecchi equilibri appariva meno sicura. Per una parte della dirigenza polacca, coinvolgere l’opposizione diventò un modo per affrontare la crisi e condividere la responsabilità di riforme difficili. Per Solidarność, negoziare significava ottenere libertà concrete senza esporsi a una nuova repressione. I colloqui della Tavola rotonda, dal 6 febbraio al 5 aprile 1989, portarono al riconoscimento del pluralismo sindacale e a un compromesso elettorale. Solidarność venne nuovamente legalizzata il 17 aprile.

Le elezioni del 1989: una vittoria enorme, in un voto solo parzialmente libero

Le elezioni si svolsero il 4 e il 18 giugno 1989. È importante definirle correttamente: non furono interamente libere. Alla Camera bassa, il Sejm, il 65% dei 460 seggi era riservato alla coalizione al potere. Soltanto 161 seggi, il restante 35%, erano aperti alla competizione. Per il Senato, ricostituito, la competizione riguardava invece tutti i cento posti.

I candidati sostenuti dal Comitato civico Solidarność conquistarono, nell’insieme dei due turni, tutti i 161 seggi contendibili del Sejm e 99 su 100 al Senato. Il risultato superò la logica del compromesso iniziale: il regime conservava garanzie istituzionali, ma il voto ne aveva mostrato la debolezza politica. Il 24 agosto 1989 Tadeusz Mazowiecki fu nominato primo ministro; il suo governo entrò in carica in settembre. La transizione rimase graduale: Jaruzelski era presidente e alcuni ministeri chiave restavano inizialmente a esponenti del vecchio potere.

Quanto contribuì alla fine del blocco sovietico

Solidarność non fece cadere da sola il comunismo europeo. Il declino economico dei regimi, le scelte sovietiche, le opposizioni nazionali e le trasformazioni internazionali furono tutti elementi decisivi. Il suo contributo specifico fu mostrare che un’organizzazione indipendente poteva sopravvivere alla repressione e tornare a negoziare da una posizione di forza sociale. La vittoria elettorale polacca precedette di mesi l’apertura del Muro di Berlino e rese più concreta la possibilità del cambiamento nell’Europa orientale. L’immagine di operai che chiedevano libertà sindacale a uno Stato comunista aveva inoltre incrinato una pretesa ideologica centrale: quella del partito di rappresentare necessariamente, e senza concorrenti, gli interessi del lavoro.

La democrazia non cancellò le difficoltà sociali

Nel 1990 Wałęsa fu eletto presidente della Polonia. Il simbolo dello sciopero era arrivato al vertice dello Stato. Ma il passaggio all’economia di mercato aprì una fase difficile. Le riforme associate al ministro Leszek Balcerowicz puntavano a stabilizzare l’economia e a trasformarne i meccanismi. Le ristrutturazioni comportarono anche costi sociali, perdita di posti di lavoro e insicurezza per una parte della popolazione. Per Solidarność si presentò una contraddizione: sostenere governi nati dalla propria lotta e, nello stesso tempo, difendere lavoratori colpiti dalle loro decisioni. L’unità contro il regime non poteva sostituire un programma condiviso su privatizzazioni, welfare, ruolo della Chiesa e distribuzione dei sacrifici. Il grande movimento nazionale si frammentò; il sindacato dovette ridefinire la propria funzione in una società pluralista.

Dal movimento alle coalizioni politiche, fino al sindacato di oggi

Negli anni Novanta il nome Solidarność rimase anche nella competizione politica. La coalizione Azione elettorale Solidarność, AWS, vinse le elezioni del 1997 e sostenne il governo di Jerzy Buzek. L’esperienza si consumò fra divisioni e difficoltà; nel 2001 il sindacato si ritirò formalmente dalla coalizione. Oggi Solidarność continua a operare come organizzazione sindacale. In una comunicazione pubblicata nel 2026, il vicepresidente Bartłomiej Mickiewicz ha indicato oltre mezzo milione di iscritti attivi: è una dichiarazione dell’organizzazione, non un dato direttamente comparabile con l’eccezionale mobilitazione del 1981. Il rapporto con la politica non è scomparso. Nel 2025 il sindacato guidato da Piotr Duda ha sottoscritto un accordo programmatico con il candidato presidenziale Karol Nawrocki. Questa scelta documenta una collocazione precisa dell’organizzazione contemporanea, che non va proiettata retroattivamente sull’intero movimento plurale degli anni Ottanta.

L’eredità di Solidarność

La storia di Solidarność non coincide con quella di un solo uomo, né termina con una fotografia di Wałęsa vincitore. Comprende gli scioperanti, le donne che impedirono la fine prematura della protesta, gli intellettuali del KOR, i minatori uccisi, i tipografi clandestini e le famiglie che sostennero anni di persecuzione. La sua originalità fu unire diritti del lavoro e libertà politica. L’esperienza successiva mostrò, però, che conquistare elezioni libere non risolve automaticamente i problemi della giustizia sociale. Per questo il gesto del 16 agosto 1980 conserva una forza particolare: restare ai cantieri quando si sarebbe potuto tornare a casa, perché altri erano ancora senza garanzie. Prima di diventare una bandiera internazionale, Solidarność fu quella decisione.

Leggi anche “29 settembre”: Il Manifesto della Rivoluzione Psichedelica Italiana

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