Una storia di solidarietà, conflitti e conquiste che precede l’Unità d’Italia. Dalle Camere del lavoro alle organizzazioni dei ferrovieri, fino all’articolo 39 della Costituzione e al problema ancora aperto della rappresentanza.
Le origini: aiutarsi prima ancora di contrattare
La storia del sindacato italiano comincia nell’Ottocento, prima della nascita delle grandi confederazioni. Le società di mutuo soccorso raccolgono contributi dagli associati per assisterli in caso di malattia, invalidità o perdita del lavoro. In un Paese privo di un sistema universale di protezione sociale, la solidarietà organizzata risponde a bisogni immediati. Non sono ancora sindacati nel significato moderno: il loro scopo principale è l’assistenza, anche se contribuiscono a sviluppare istruzione, partecipazione e coscienza dei diritti. La legge del 15 aprile 1886 offre alle società mutualistiche la possibilità di ottenere il riconoscimento giuridico. Con l’industrializzazione e l’organizzazione dei lavoratori agricoli crescono le leghe di resistenza, orientate a migliorare salari, orari e condizioni attraverso l’azione collettiva. Il passaggio è decisivo: non soltanto sostenere chi subisce una difficoltà, ma contrattare per modificarne le cause. Nel 1891 nascono alcune delle prime Camere del lavoro, fra cui Milano e Piacenza. Riuniscono lavoratori di mestieri diversi nello stesso territorio, offrendo sostegno organizzativo e assistenza. A Milano, nel 1906, nasce la Confederazione generale del lavoro, CGL, antenata dell’attuale CGIL.
Un movimento plurale, poi soffocato dal fascismo
Il sindacalismo italiano non nasce come un blocco unico. Alle correnti socialiste e riformiste si affiancano quelle anarchiche, rivoluzionarie e cattoliche. Nel 1912 nasce l’Unione sindacale italiana; nel 1918 la Confederazione italiana dei lavoratori, di ispirazione cattolica. Il biennio rosso del 1919-1920 vede scioperi, mobilitazioni nelle campagne e occupazioni delle fabbriche. È una stagione di forte espansione delle organizzazioni operaie, ma anche di tensioni politiche e sociali che precedono l’ascesa fascista. Lo squadrismo colpisce sedi, cooperative e dirigenti. La legislazione del 1926 elimina il pluralismo sindacale effettivo, riserva il riconoscimento alle organizzazioni fasciste e reprime sciopero e serrata. Il sistema corporativo pretende di conciliare gli interessi di lavoratori e imprese sotto il controllo dello Stato, cancellando l’autonomia della rappresentanza.
La rinascita del 1944 e la separazione delle confederazioni
La ricostruzione del sindacato libero accompagna la caduta del fascismo e la Resistenza. Il Patto di Roma del giugno 1944 dà vita alla CGIL unitaria, nella quale convivono le principali componenti comunista, socialista e cattolica. Quell’unità non resiste alle divisioni politiche del dopoguerra e alla Guerra fredda. Nel 1948 la componente cattolica costituisce la Libera CGIL; altre separazioni seguono nel 1949. Il 5 marzo 1950 nasce la UIL, con una matrice laica, repubblicana e socialista riformista. Il 30 aprile 1950 nasce la CISL, che pone al centro l’autonomia sindacale e la contrattazione. La CGIL conserva una prevalente tradizione comunista e socialista. Sono appartenenze storiche che aiutano a comprendere le differenze, senza ridurre le organizzazioni contemporanee a semplici prolungamenti dei partiti. Il panorama resta più ampio delle tre confederazioni: comprende sindacalismo autonomo, professionale e di base. Fra le altre organizzazioni figurano UGL, CISAL, CONFSAL, USB, CUB e diverse sigle dei Cobas, con storie e strutture differenti.
L’articolo 39: una libertà garantita e un sistema mai completato
La Costituzione, promulgata il 27 dicembre 1947 ed entrata in vigore il 1° gennaio 1948, segna la discontinuità con il corporativismo. L’articolo 39 si apre con un principio netto: «L’organizzazione sindacale è libera». I commi successivi prevedono la registrazione dei sindacati, subordinata a statuti con ordinamento interno democratico. I sindacati registrati avrebbero personalità giuridica e, rappresentati unitariamente in proporzione agli iscritti, potrebbero stipulare contratti collettivi obbligatori per tutti gli appartenenti alla categoria. Questo meccanismo non è mai stato attuato. È pienamente operante la libertà sindacale, mentre manca la legge che renda applicabili registrazione e rappresentanza unitaria previste dalla Costituzione. I sindacati operano pertanto, in generale, come associazioni non riconosciute, disciplinate dagli articoli 36, 37 e 38 del Codice civile. “Non riconosciute” è una qualificazione giuridica: non significa illegali o prive di legittimità. Nel settore privato, dunque, un contratto collettivo non diventa automaticamente una legge valida per tutti soltanto perché è stato firmato. La sua applicazione dipende dai vincoli associativi e contrattuali, dai richiami nel rapporto individuale e dalle specifiche disposizioni legislative. Un ruolo distinto svolge l’articolo 36, sulla retribuzione proporzionata e sufficiente: i giudici utilizzano i contratti collettivi come riferimento, ma possono discostarsi da trattamenti salariali che non rispettino il parametro costituzionale. Ciò non equivale a estendere automaticamente tutte le clausole del contratto all’intera categoria.
Storia del Sindacato, dall’autunno caldo allo Statuto dei lavoratori
Negli anni Sessanta il sindacato accompagna la trasformazione industriale del Paese. L’autunno caldo del 1969 porta al centro salari, orari, qualifiche, salute e partecipazione nei luoghi di lavoro. La mobilitazione rafforza delegati e consigli di fabbrica e favorisce un riavvicinamento fra le confederazioni. Il 20 maggio 1970 viene approvata la legge n. 300, lo Statuto dei lavoratori. Tutela dignità e libertà sul lavoro, vieta discriminazioni sindacali e sostiene l’attività delle rappresentanze, secondo il campo di applicazione delle singole disposizioni. Fra gli strumenti figurano assemblee, permessi e affissioni; l’articolo 28 introduce una procedura giudiziaria per reprimere la condotta antisindacale del datore di lavoro. Le regole continuano a evolversi. Con la sentenza 156 del 2025, la Corte costituzionale ha ampliato la possibilità di costituire rappresentanze sindacali aziendali anche nell’ambito delle associazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, intervenendo sui limiti dell’articolo 19 dello Statuto.
Unità, scala mobile e concertazione
Nel 1972 nasce la Federazione unitaria CGIL-CISL-UIL: un coordinamento fra organizzazioni che mantengono la propria identità. La frattura del 1984, legata al taglio della scala mobile, interrompe quell’esperienza. La scala mobile era il meccanismo di adeguamento automatico delle retribuzioni al costo della vita. L’accordo del 31 luglio 1992 ne sancisce la fine. Il protocollo del 23 luglio 1993, sottoscritto con il governo Ciampi e le associazioni imprenditoriali, ridefinisce le relazioni industriali: politica dei redditi, concertazione e contrattazione articolata su livello nazionale e decentrato. Nei decenni successivi ristrutturazioni, privatizzazioni, appalti e lavoro discontinuo rendono più complessa la rappresentanza. Alla grande fabbrica si affiancano imprese piccole, servizi frammentati e piattaforme digitali: organizzare lavoratori dispersi richiede strumenti diversi da quelli costruiti attorno a un unico stabilimento.
Le strutture territoriali: il sindacato vicino alle persone
Il sindacato confederale intreccia due dimensioni. Quella di categoria riunisce i lavoratori per settore; quella territoriale collega categorie diverse e affronta problemi comuni, come servizi pubblici, sviluppo locale e politiche sociali. Non sono semplici sportelli periferici: sostengono vertenze e rappresentanti aziendali, dialogano con le istituzioni e organizzano la partecipazione. Le competenze precise dipendono dagli statuti e dall’articolazione di ciascuna confederazione. A questa rete si affiancano patronati, CAF e uffici vertenze, che offrono assistenza previdenziale, fiscale e lavoristica. Utilizzare un servizio, però, non equivale necessariamente a essere iscritti: utenti e tesserati sono grandezze diverse.
Quanti sono gli iscritti
Per un confronto riferito allo stesso anno, i dati dichiarati dalle tre maggiori confederazioni per il 2024 erano:
| Confederazione | Totale | Lavoratori attivi* | Pensionati |
| CGIL | 5.172.844 | 2.753.824 | 2.419.020 |
| CISL | 4.163.327 | 2.550.427 | 1.612.900 |
| UIL | 2.067.880 | 1.494.615 | 573.265 |
Secondo le classificazioni delle rispettive organizzazioni. Per la UIL sono escluse le seconde affiliazioni.
La somma supera 11,4 milioni di adesioni, delle quali circa 6,8 milioni nelle componenti attive. Non è il numero complessivo di tutti i sindacalizzati italiani e non va rapportata direttamente agli occupati: comprende pensionati e classificazioni associative che richiedono attenzione.
Negli aggiornamenti 2025, la CISL dichiara 4.189.433 iscritti e la UIL 2.109.735, che diventano 2.369.780 includendo le 260.045 seconde affiliazioni, qui mantenute separate per chiarezza. Anche il territorio conta. Nel 2025 la CISL dichiara, per esempio, 731.152 iscritti in Lombardia e 248.708 in Campania; la UIL ne indica 224.077 in Lombardia e 186.253 in Campania. Sono consistenze associative, non percentuali di rappresentatività dei lavoratori regionali.
Iscritti e rappresentatività non sono la stessa cosa
Una confederazione numerosa non è necessariamente la prima organizzazione in ogni settore. La rappresentatività riguarda un ambito specifico e può combinare adesioni e consenso elettorale. Nel pubblico impiego contrattualizzato, il D.Lgs. 165/2001 affida all’ARAN l’accertamento della rappresentatività. Per l’ammissione alla contrattazione nazionale opera la soglia del 5%, calcolata come media fra dato associativo ed elettorale. Nel privato esistono sistemi pattizi, fra cui il Testo unico sulla rappresentanza del 10 gennaio 2014, sottoscritto da Confindustria, CGIL, CISL e UIL: non è una legge generale applicabile indistintamente a ogni rapporto di lavoro. Nei luoghi di lavoro operano RSA, rappresentanze sindacali aziendali, e RSU, rappresentanze sindacali unitarie elette secondo le regole applicabili. Le elezioni consentono di misurare un consenso diverso dal semplice possesso della tessera.
I ferrovieri: una tradizione sindacale particolare
Le ferrovie occupano un posto importante in questa storia. La professionalità specializzata, la distribuzione lungo una rete nazionale e la necessità di coordinare mestieri diversi favoriscono precocemente l’associazionismo. Nel 1877 nasce la società mutualistica dei macchinisti e fuochisti che diventerà la Cesare Pozzo. Nel 1894 si costituisce la Lega ferrovieri italiani; nel 1907, al congresso di Roma, nasce il Sindacato ferrovieri italiani, SFI, unificando precedenti organizzazioni. La repressione fascista colpisce duramente questa tradizione. Ricostituito nel dopoguerra, lo SFI confluisce nel 1980 nella FILT-CGIL, insieme ad altre organizzazioni dei trasporti. Oggi il settore comprende più soggetti. Fra i firmatari dell’intesa di rinnovo del 2025 figurano FILT-CGIL, FIT-CISL, UILTRASPORTI, UGL Ferrovieri, FAST-CONFSAL e ORSA Ferrovie. Vanno distinti il contratto nazionale Mobilità/Attività ferroviarie e quello aziendale del Gruppo FS: hanno ambiti e funzioni differenti. Non si possono attribuire automaticamente alle ferrovie gli iscritti complessivi delle federazioni dei trasporti. I 148.968 aderenti UILTRASPORTI dichiarati per il 2025, per esempio, comprendono più comparti e non soltanto ferrovieri.
Sciopero e diritto alla mobilità
Alla libertà sindacale si affianca il diritto di sciopero riconosciuto dall’articolo 40 della Costituzione. Nei servizi pubblici essenziali, però, occorre contemperarlo con altri diritti costituzionali. Per le ferrovie il riferimento è la legge 146/1990, modificata dalla legge 83/2000, insieme alla disciplina di settore. Sono previsti procedure preventive di raffreddamento e conciliazione, preavviso normalmente non inferiore a dieci giorni, prestazioni indispensabili, periodi di franchigia e regole sulla distanza fra le astensioni. La Commissione di garanzia vigila sull’applicazione del sistema. Una sigla con pochi iscritti può incidere molto sul servizio se raccoglie adesioni in funzioni operative indispensabili. Perciò numero delle tessere, partecipazione allo sciopero e treni cancellati non sono misure intercambiabili. La storia del sindacato italiano resta attraversata da questa tensione: dare forza collettiva a chi lavora, mantenendo un rapporto effettivo con le persone rappresentate e con la società sulla quale ricadono accordi e conflitti. La sua capacità futura si misurerà soprattutto nella tutela di chi oggi fatica a organizzarsi: precari, lavoratori degli appalti, delle piccole imprese e delle piattaforme.
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