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La breccia di Porta Pia, 20 settembre 1870

Porta Pia in occasione dei festeggiamenti del 20 settembre per l'anniversario della presa di Roma
Porta Pia in occasione dei festeggiamenti del 20 settembre per l'anniversario della presa di Roma

Nel 1870 l’Italia era unita da nove anni e restava incompleta. Mancavano Trento e Trieste, e mancava soprattutto Roma. Cavour aveva detto che sola Roma doveva essere capitale; Garibaldi ci aveva tentato più volte, fino al sangue sull’Aspromonte e a Mentana. Tra il Quirinale sognato e il Vaticano reale stava la «questione romana»: lo Stato pontificio, ridotto al Lazio, con Pio IX ancora papa-re e una guarnigione francese a garantirne la sopravvivenza.

Il nodo si sciolse lontano da Roma. Il 2 settembre Napoleone III fu sconfitto a Sedan. La Francia, in guerra con la Prussia, ritirò le truppe che dal 1849 proteggevano il pontefice. Vittorio Emanuele II scrisse a Pio IX offrendo un ingresso «amichevole». Il papa rifiutò: non poteva consegnare la città senza far apparire la perdita del potere temporale come una resa. Restava la forza. Il governo Lanza-Sella affidò l’operazione al generale Raffaele Cadorna, cattolico osservante, al comando del Corpo d’osservazione dell’Italia centrale: circa cinquantamila uomini contro quindicimila pontifici, in gran parte zuavi e volontari europei agli ordini di Hermann Kanzler. L’ordine non era distruggere Roma. Era aprire un varco, ottenere una capitolazione e presentarsi all’Europa come chi chiudeva un anacronismo, non come chi saccheggiava la sede di Pietro.

Quella mattina a Porta Pia

Nella notte tra il 19 e il 20 settembre le divisioni italiane si schierarono attorno alle Mura Aureliane. L’attacco principale fu concentrato a nord-est, tra Porta Pia e Porta Salaria, tratto più debole della cinta. Si sparò anche su altre porte — San Giovanni, San Lorenzo, San Pancrazio — per impedire a Kanzler di spostare i rinforzi. Poco dopo le cinque del mattino partì il cannoneggiamento. La 5ª batteria del capitano Giacomo Segre, piazzata verso Villa Torlonia, batté il muro a breve distanza. Si parla di 888 colpi. Verso le 8.30–9.30 si aprì una breccia di circa trenta metri a destra della porta michelangiolesca. Fumo, calce, statue decapitate. Edmondo De Amicis, allora ufficiale, vide Porta Pia «tutta sfracellata» e, intatta, l’immagine della Madonna alle spalle.

Pio IX aveva chiesto una resistenza simbolica: abbastanza da non sembrare fuga, non tanto da fare strage. Kanzler tenne finché la breccia fu praticabile. Intorno alle 9.40 il papa ordinò di cessare; verso le dieci la bandiera bianca salì su Porta Pia e poi su San Pietro. Nel frattempo fanti e bersaglieri si erano già lanciati. La memoria pubblica ha fissato i piumetti all’assalto; i resoconti sono più minuti: colonne di fanteria dalla porta, bersaglieri dalla breccia, quasi insieme. Il sottotenente Federico Cocito del 12° bersaglieri è spesso indicato come uno dei primi a superare il varco. Le perdite, per un atto presentato come «dimostrativo», non furono nulle: circa 49 morti e 141 feriti italiani, una ventina di morti e una sessantina di feriti pontifici. Nel primo pomeriggio si chiuse la resa. I volontari del papa uscirono con l’onore delle armi.

Non fu una battaglia di annientamento. Fu un assedio breve e politico: abbastanza sangue da rendere irreversibile il fatto, non abbastanza da incendiare le cancellerie.

Dopo il varco

Il 2 ottobre un plebiscito sanzionò l’annessione di Roma e del Lazio. Nel febbraio 1871 la capitale si trasferì da Firenze. Pio IX si chiuse in Vaticano e si considerò prigioniero: rifiutò la Legge delle Guarentigie, che gli riconosceva sovranità sulla Santa Sede, e scomunicò chi aveva partecipato all’occupazione. La frattura durò fino ai Patti lateranensi del 1929. Per i circa cinquemila ebrei del ghetto, istituito nel 1555, la breccia ebbe un altro significato: la fine di un recinto secolare e l’ingresso, almeno giuridico, nella cittadinanza italiana.

Restava un doppio registro. Per lo Stato liberale Porta Pia era il compimento del Risorgimento e il principio «libera Chiesa in libero Stato». Per molta Italia cattolica era una ferita: non solo la perdita di un territorio, ma l’idea che la nazione si fosse fatta contro il papa. Le due letture hanno convissuto a lungo nelle stesse famiglie, nelle stesse piazze intitolate al XX Settembre.

Come si ricorda, oggi

Dal 1895 il 20 settembre fu festa nazionale. Il fascismo, dopo la Conciliazione, la cancellò: troppo scomoda per un regime che voleva il papa alleato. Non è più solennità civile. Resta, però, una memoria spezzettata e tenace. A Roma l’Esercito e i Bersaglieri tornano ogni anno al Museo storico di Porta Pia. Nel 2026, 156° anniversario, dal 18 al 20 settembre si è tenuto «Luci della storia su Porta Pia»: cortile aperto, fanfara, ammainabandiera. Associazioni come Muri per Tutti hanno portato il pubblico sulle Mura, da Porta Nomentana alla scomparsa Porta Salaria. Il Grande Oriente d’Italia continua a deporre corone alla breccia e al Gianicolo, e chiede che la data torni nel calendario civile. Non è una campagna di massa: è un rito di chi considera quella mattina il certificato di nascita dello Stato laico.

La breccia, oggi, è un muro ricucito e una targa. Si può passarci in taxi senza alzare gli occhi. Eppure lì si è chiuso un millennio di potere temporale e si è aperta la Roma capitale, con tutte le sue contraddizioni: un’Italia che entra in città da un buco di trenta metri e un papa che, da quel giorno, parla al mondo da un palazzo più piccolo e, per questo, più libero da regno e più esposto alla storia.

Leggi anche Il 4 giugno 1944 la liberazione di Roma

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