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Assisi, quarant’anni dopo: quando le religioni del mondo si incontrarono per la pace

Papa Giovanni Paolo II e gli altri capi religiosi nella giornata dello Spirito di Assisi il 27 ottobre 1986. Fonte Vaticannews.va
Papa Giovanni Paolo II e gli altri capi religiosi nella giornata dello Spirito di Assisi il 27 ottobre 1986. Fonte Vaticannews.va

Il 27 ottobre 1986 Giovanni Paolo II riunì nella città di san Francesco i rappresentanti delle principali tradizioni religiose del pianeta. Un evento senza precedenti per dimensioni e significato, destinato a segnare la storia del dialogo interreligioso. A quarant’anni di distanza, mentre il mondo continua a essere attraversato da guerre e contrapposizioni, lo «Spirito di Assisi» torna a interrogare le coscienze.

Un giorno destinato a entrare nella storia

Il 27 ottobre 1986 Assisi divenne, per un giorno, il centro spirituale del mondo. Nella città umbra, legata indissolubilmente alla figura di san Francesco, si riunirono rappresentanti delle principali religioni dell’umanità, accogliendo l’invito di papa Giovanni Paolo II a pregare per la pace. Si trattò di un avvenimento straordinario, non soltanto per l’autorevolezza e la varietà dei partecipanti, ma soprattutto per il significato che quell’incontro assumeva in un’epoca ancora profondamente segnata dalle divisioni ideologiche, politiche e religiose. Mai prima di allora un pontefice aveva promosso un raduno interreligioso di simile portata, ponendo al centro non il confronto dottrinale, la ricerca di un accordo teologico o la conversione degli interlocutori, ma un’esigenza universale: la pace. Le immagini di Giovanni Paolo II accanto a rappresentanti cristiani, ebrei, musulmani, buddhisti, induisti e di altre tradizioni religiose fecero il giro del mondo. Uomini appartenenti a culture lontanissime, custodi di convinzioni talvolta inconciliabili, si ritrovavano nello stesso luogo per testimoniare che le differenze non dovevano necessariamente trasformarsi in ostilità. Quella giornata non cancellò le divisioni, né mise fine ai conflitti. Eppure introdusse un linguaggio nuovo nei rapporti tra le religioni e lasciò un’eredità che, quarant’anni dopo, continua a esercitare la propria influenza.

Il mondo del 1986: la pace sotto la minaccia della guerra

Per comprendere il significato dell’iniziativa di Giovanni Paolo II bisogna anzitutto collocarla nel contesto storico in cui maturò. Nel 1986 il mondo viveva ancora sotto l’ombra della Guerra fredda. Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica continuavano a rappresentare i due poli di una contrapposizione globale che aveva dominato le relazioni internazionali per quasi quattro decenni. La corsa agli armamenti nucleari, nonostante i tentativi di distensione, alimentava il timore di una catastrofe capace di compromettere la sopravvivenza stessa dell’umanità. L’avvicinamento tra Ronald Reagan e Michail Gorbačëv lasciava intravedere possibilità di dialogo, ma il sistema internazionale rimaneva instabile. Accanto alla contrapposizione tra le superpotenze si consumavano guerre altrettanto drammatiche. Il conflitto tra Iran e Iraq, iniziato nel 1980, continuava a provocare un numero elevatissimo di vittime. Il Libano era attraversato dalla guerra civile, mentre altre regioni del pianeta conoscevano violenze, persecuzioni e instabilità. Proprio il 1986 era stato proclamato dalle Nazioni Unite Anno internazionale della pace, nella speranza di promuovere una maggiore responsabilità collettiva di fronte alle minacce che incombevano sul futuro. Giovanni Paolo II, che proveniva dalla Polonia e aveva conosciuto direttamente sia la tragedia della Seconda guerra mondiale sia l’esperienza del dominio comunista, possedeva una particolare sensibilità per le conseguenze della violenza e dell’oppressione. Nella sua visione, la pace non poteva essere considerata esclusivamente il risultato degli equilibri militari o degli accordi diplomatici. Richiedeva anche una trasformazione morale, un mutamento del modo in cui gli uomini e i popoli si guardavano reciprocamente. Da questa convinzione nacque l’idea di rivolgersi alle grandi tradizioni religiose dell’umanità.

L’intuizione di Giovanni Paolo II e l’eredità del Concilio Vaticano II

L’incontro di Assisi non nacque improvvisamente. Il 25 gennaio 1986, durante la celebrazione conclusiva della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, Giovanni Paolo II annunciò l’intenzione di avviare consultazioni con i responsabili delle Chiese cristiane e delle altre religioni per organizzare un incontro di preghiera per la pace. La scelta rappresentava uno sviluppo significativo del cammino avviato dal Concilio Vaticano II. In particolare, la dichiarazione Nostra aetate, promulgata il 28 ottobre 1965, aveva introdotto una svolta nei rapporti tra la Chiesa cattolica e le religioni non cristiane, invitando a superare atteggiamenti di ostilità e a riconoscere il valore del dialogo, del rispetto e della collaborazione. Non si trattava di rinunciare alla propria identità religiosa, ma di riconoscere che l’incontro con l’altro poteva avvenire senza negare le differenze. Con Assisi, Giovanni Paolo II volle tradurre questa prospettiva in un gesto pubblico di straordinaria forza simbolica. La novità consisteva nel passaggio dalle dichiarazioni di principio alla testimonianza visibile. Le religioni non erano più soltanto chiamate a discutere della pace: venivano invitate a mostrarne concretamente la possibilità attraverso la loro presenza reciproca. Era una scelta coraggiosa, destinata a suscitare entusiasmo, ma anche interrogativi e resistenze.

Perché proprio Assisi? La lezione universale di san Francesco

La scelta della città umbra non fu casuale. Assisi custodiva la memoria di Francesco, uno dei personaggi più significativi della storia religiosa medievale, la cui testimonianza aveva assunto nel tempo un valore capace di oltrepassare i confini del cristianesimo. Il santo vissuto tra il XII e il XIII secolo aveva fatto della povertà, della fraternità e della rinuncia alla violenza alcuni elementi fondamentali della propria esperienza spirituale. Particolarmente significativo, anche in relazione al dialogo tra le religioni, era stato il suo incontro con il sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil, avvenuto nel 1219 durante la quinta crociata. Pur appartenendo a un contesto storico profondamente diverso, quell’episodio mostrava la possibilità dell’incontro personale anche tra uomini appartenenti a mondi religiosi contrapposti. Nel 1986 Assisi rappresentava dunque molto più di uno scenario suggestivo. Era un luogo carico di memoria, capace di evocare un’idea di fraternità che sembrava sfidare la logica delle divisioni. Nella città del Poverello, Giovanni Paolo II intendeva proporre una visione della pace che partisse dall’interiorità dell’uomo e arrivasse alle relazioni tra i popoli. Il riferimento francescano offriva inoltre un linguaggio comprensibile anche a coloro che non condividevano la fede cattolica: la semplicità, l’accoglienza, il rispetto dell’altro e il rifiuto della violenza.

Il 27 ottobre 1986: le religioni riunite nella città di Francesco

All’appuntamento risposero rappresentanti di numerose Chiese e comunità cristiane e delle principali religioni mondiali. Secondo la ricostruzione del Dicastero per il Dialogo Interreligioso, erano presenti cinquanta rappresentanti di comunità cristiane e sessanta rappresentanti di altre religioni. Accanto agli esponenti cattolici vi erano delegazioni delle Chiese ortodosse, della Comunione anglicana e delle comunità protestanti. Tra i rappresentanti delle religioni non cristiane figuravano personalità dell’ebraismo, dell’islam, dell’induismo, del buddhismo, dello shintoismo e di altre tradizioni spirituali. Tra i partecipanti più conosciuti vi erano il Dalai Lama e il rabbino capo di Roma Elio Toaff, protagonisti, ciascuno nella propria tradizione, del cammino di dialogo tra le fedi. La giornata ebbe inizio nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, dove i rappresentanti religiosi si raccolsero attorno al pontefice, nei pressi della Porziuncola. Giovanni Paolo II accolse i partecipanti chiarendo il significato dell’iniziativa. Non erano convenuti per una conferenza internazionale né per negoziare un accordo sulle questioni religiose, ma per testimoniare la dimensione spirituale dell’impegno per la pace. La giornata prevedeva momenti di silenzio, digiuno, pellegrinaggio e preghiera. I cristiani si riunirono per la propria celebrazione ecumenica nella Cattedrale di San Rufino, mentre i rappresentanti delle altre religioni si raccolsero in luoghi distinti, secondo le rispettive tradizioni. Successivamente, le delegazioni raggiunsero la piazza inferiore della Basilica di San Francesco, dove si svolse il momento conclusivo dell’incontro. Nella stessa piazza, davanti agli occhi del mondo, rappresentanti di religioni diverse si alternarono nelle invocazioni per la pace. Non era una celebrazione comune nel senso liturgico del termine. Era piuttosto la testimonianza visibile di una volontà condivisa: respingere la violenza e riconoscere la responsabilità morale delle religioni nei confronti dell’umanità.

Pregare gli uni accanto agli altri, senza rinunciare alla propria fede

Papa Giovanni Paolo II e gli altri capi religiosi nella giornata dello Spirito di Assisi il 27 ottobre 1986. Fonte Vaticannews.va

Uno degli aspetti più delicati dell’incontro riguardava proprio la natura della preghiera. La presenza di rappresentanti di religioni differenti nello stesso luogo poteva infatti suscitare l’impressione che si volesse costruire una sorta di religione universale, superando le differenze dottrinali e teologiche. Giovanni Paolo II aveva previsto questa possibile interpretazione. Durante l’udienza generale del 22 ottobre 1986, cinque giorni prima dell’incontro, aveva chiarito che non si trattava di promuovere il sincretismo religioso. La formula scelta era quella dello «stare insieme per pregare», non della costruzione di una preghiera unica che confondesse le diverse fedi. La distinzione era essenziale. Ciascun partecipante conservava la propria identità e la propria concezione del rapporto con il divino. Nessuno veniva invitato ad abbandonare o attenuare le convinzioni della propria tradizione. Eppure tutti riconoscevano nella pace un bene talmente importante da giustificare la presenza reciproca, l’ascolto e il rispetto. In questo senso, Assisi rappresentò un passaggio fondamentale nella storia del dialogo interreligioso. Per dialogare non era necessario essere d’accordo su tutto. Occorreva, piuttosto, riconoscere nell’altro una dignità che nessuna differenza religiosa poteva cancellare. La pace diventava così uno spazio comune, nel quale credenti appartenenti a tradizioni diverse potevano incontrarsi senza rinunciare alla propria identità.

Il messaggio conclusivo: una responsabilità che riguarda tutti

Il momento più significativo della giornata fu probabilmente il discorso pronunciato da Giovanni Paolo II nella piazza inferiore della Basilica di San Francesco. Il pontefice ribadì il rapporto tra l’autenticità dell’esperienza religiosa e l’impegno per la pace, riconoscendo al tempo stesso che anche i cristiani, nel corso della storia, non erano sempre stati fedeli a questa vocazione. La giornata assumeva pertanto anche il significato di un atto di penitenza, di riconoscimento delle responsabilità e degli errori che avevano contribuito ad alimentare ostilità e divisioni. Ma il messaggio conteneva anche un elemento profondamente innovativo. Giovanni Paolo II ricordò che la costruzione della pace non doveva essere affidata soltanto ai governi, ai diplomatici e agli esperti di relazioni internazionali.

«La pace è un cantiere aperto a tutti».

L’immagine del cantiere esprimeva efficacemente la natura del compito: la pace non era un risultato acquisito una volta per tutte, ma un’opera collettiva, bisognosa di impegno continuo. In tale prospettiva, le religioni erano chiamate ad assumersi una responsabilità particolare. Non potevano limitarsi a predicare la pace all’interno delle proprie comunità. Dovevano dimostrare di saperla praticare nei rapporti reciproci, contribuendo a contrastare l’odio e la diffidenza.

Le polemiche e le difficoltà di un dialogo senza precedenti

L’iniziativa del 1986 non fu accolta unanimemente. In alcuni ambienti del cattolicesimo tradizionalista furono espresse forti riserve, soprattutto per il timore che la presenza di religioni diverse nello stesso contesto potesse trasmettere un’immagine di equivalenza tra le differenti confessioni. Le obiezioni riguardavano il rischio del relativismo religioso, la possibilità di confondere il dialogo con l’indifferenza dottrinale e l’opportunità stessa di organizzare una manifestazione di tale natura. Queste critiche mostravano quanto il cammino del dialogo interreligioso fosse ancora complesso, anche all’interno del mondo cattolico. Per Giovanni Paolo II, tuttavia, il rispetto verso le altre religioni non comportava la rinuncia alla centralità di Cristo nella fede cristiana. Il pontefice concepiva l’incontro come una testimonianza di fraternità umana e di responsabilità comune, non come una trattativa sui contenuti della fede. La novità di Assisi consisteva precisamente in questa distinzione: le differenze religiose rimanevano, ma non dovevano impedire il riconoscimento reciproco e la collaborazione. Anche da una prospettiva più generale, l’esperienza sollevava interrogativi destinati a rimanere aperti. In quale misura il dialogo tra le religioni poteva contribuire concretamente alla soluzione dei conflitti? E fino a che punto le autorità spirituali erano in grado di influenzare le decisioni politiche, gli interessi economici e le contrapposizioni tra gli Stati? Erano domande che non potevano trovare risposta in una sola giornata.

La nascita dello «Spirito di Assisi»

L’incontro del 27 ottobre 1986 non rimase un episodio isolato. Negli anni successivi, l’espressione «Spirito di Assisi» cominciò a identificare un modo nuovo di concepire i rapporti tra le religioni: non più soltanto come confronto tra sistemi di credenze differenti, ma anche come occasione di amicizia, collaborazione e responsabilità condivisa. Un ruolo particolarmente importante nella prosecuzione di questa esperienza fu assunto dalla Comunità di Sant’Egidio, fondata da Andrea Riccardi. A partire dal 1987, la Comunità promosse incontri internazionali annuali dedicati alla pace, riunendo rappresentanti religiosi e personalità del mondo culturale e civile in diverse città. Da Roma a Varsavia, da Gerusalemme a Sarajevo, l’ispirazione originaria di Assisi continuò a svilupparsi, adattandosi ai mutamenti della situazione internazionale. Il dialogo interreligioso cominciò così ad assumere una dimensione più continuativa, superando il carattere eccezionale del primo incontro. Quello che nel 1986 era apparso come un gesto straordinario divenne progressivamente una forma riconoscibile di testimonianza pubblica. L’esperienza mostrava che l’incontro tra persone di religioni differenti poteva generare relazioni durature e favorire la conoscenza reciproca, riducendo almeno alcune delle incomprensioni che alimentano le contrapposizioni. Naturalmente, non era sufficiente a eliminare le cause politiche ed economiche delle guerre. Ma contribuiva a contrastare l’idea che le identità religiose dovessero necessariamente essere nemiche.

Da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI e Francesco: la continuità di un’intuizione

Nel 2002 Giovanni Paolo II volle ripetere ad Assisi l’esperienza della preghiera per la pace. Il mondo era profondamente cambiato rispetto al 1986. La Guerra fredda si era conclusa, l’Unione Sovietica non esisteva più e l’Europa aveva conosciuto trasformazioni politiche epocali. Tuttavia, gli attentati dell’11 settembre 2001 avevano aperto una nuova stagione di paura, mentre il terrorismo internazionale e le tensioni tra mondi culturali e religiosi differenti alimentavano nuove contrapposizioni. Il 24 gennaio 2002 il pontefice riunì nuovamente ad Assisi i rappresentanti delle religioni per riaffermare il rifiuto della violenza e dell’utilizzo della fede come giustificazione del terrorismo. L’eredità dell’incontro originario fu raccolta anche da Benedetto XVI. Il 27 ottobre 2011, in occasione del venticinquesimo anniversario, il pontefice tornò nella città di san Francesco per una giornata di riflessione, dialogo e preghiera intitolata Pellegrini della verità, pellegrini della pace. Benedetto XVI sottolineò che il dialogo non poteva prescindere dalla ricerca della verità e dalla fedeltà alle rispettive convinzioni. Allo stesso tempo, mise in guardia contro ogni forma di violenza giustificata attraverso la religione. Nel 2016, per il trentesimo anniversario, fu papa Francesco a recarsi ad Assisi. Nel suo intervento del 20 settembre ribadì che nessuna autentica esperienza religiosa poteva giustificare la guerra e il terrorismo, insistendo sulla necessità di contrastare l’indifferenza nei confronti delle sofferenze umane. Le tre esperienze pontificie, pur caratterizzate da sensibilità differenti, mostravano una significativa continuità. Il dialogo interreligioso era ormai entrato stabilmente nella riflessione e nell’azione della Chiesa cattolica contemporanea.

Quarant’anni dopo: il mondo è diventato più pacifico?

A quarant’anni dall’incontro del 1986, la domanda più importante riguarda il suo effettivo lascito storico. La fine della Guerra fredda e il crollo del Muro di Berlino, avvenuti pochi anni dopo, sembrarono per un momento aprire la strada a un sistema internazionale meno dominato dalle contrapposizioni ideologiche. Ma la speranza di una pace duratura si rivelò ben presto eccessiva. Le guerre nei Balcani, il genocidio in Ruanda, i conflitti in Medio Oriente, il terrorismo internazionale e le successive crisi geopolitiche hanno dimostrato che il superamento della divisione bipolare non coincideva con la fine della violenza. Nel 2026, con la guerra tra Russia e Ucraina, le tragedie del Medio Oriente e del Sudan e numerosi altri conflitti, la pace continua a rappresentare una delle esigenze più urgenti dell’umanità.

Sarebbe storicamente scorretto attribuire all’incontro di Assisi risultati politici che non possono essere dimostrati. Quella giornata non produsse trattati internazionali, non arrestò direttamente le guerre in corso e non eliminò le rivalità religiose. Il suo valore deve essere ricercato su un piano differente. Assisi contribuì a trasformare il modo in cui le religioni potevano presentarsi reciprocamente e davanti al mondo, offrendo un modello di incontro fondato sul rispetto e sulla responsabilità condivisa. Non tutti i conflitti nascono da motivazioni religiose. Molto spesso le religioni vengono coinvolte in contrapposizioni alimentate da interessi territoriali, economici e politici. Proprio per questo, la capacità delle comunità religiose di sottrarsi alla strumentalizzazione della fede e di riconoscere la dignità dell’altro costituisce ancora oggi una risorsa significativa. La lezione del 1986 non consisteva nella convinzione ingenua che la preghiera potesse sostituire la diplomazia o risolvere ogni conflitto. Consisteva piuttosto nell’affermazione che nessuna pace autentica può fondarsi stabilmente sulla disumanizzazione dell’avversario.

Assisi 2026: il ritorno alle origini nel quarantennale

Il quarantesimo anniversario dell’incontro del 1986 non viene celebrato soltanto attraverso il ricordo. Dal 25 al 27 ottobre 2026 Assisi ospita nuovamente un incontro internazionale per la pace, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio con il titolo Pace disarmata e disarmante. L’iniziativa riunisce rappresentanti delle religioni, esponenti della cultura, delle istituzioni e della società civile per confrontarsi sulle grandi questioni del nostro tempo: i conflitti armati, il disarmo, le migrazioni, le disuguaglianze, la condizione dei più deboli e le sfide poste dalle trasformazioni tecnologiche. Secondo il programma annunciato dagli organizzatori, l’incontro coinvolge centinaia di rappresentanti provenienti da decine di Paesi, attraverso forum e momenti di dialogo. La giornata conclusiva del 27 ottobre prevede le preghiere delle diverse tradizioni religiose e una cerimonia nella piazza inferiore della Basilica di San Francesco, proprio nel luogo che quarant’anni prima era diventato il simbolo dell’iniziativa di Giovanni Paolo II. Papa Leone XIV, inizialmente atteso all’incontro, non potrà partecipare personalmente, come comunicato dalla Santa Sede il 23 ottobre, ma ha annunciato un messaggio di vicinanza ai partecipanti. Il ritorno ad Assisi assume un valore particolarmente significativo. Nel 1986 le religioni si incontravano mentre il mondo era diviso in due blocchi contrapposti. Nel 2026 lo scenario internazionale appare differente, ma non meno complesso. La guerra, il riarmo, le fratture culturali e le nuove forme di nazionalismo e intolleranza ripropongono interrogativi che sembravano appartenere al passato. Il quarantesimo anniversario offre pertanto l’occasione non soltanto per commemorare un momento storico, ma per misurare la distanza tra le speranze di allora e le responsabilità del presente.

Il significato di Assisi per le generazioni future

Forse l’eredità più importante del 27 ottobre 1986 riguarda proprio le generazioni che non hanno conosciuto direttamente quell’epoca. I giovani nati dopo la fine della Guerra fredda vivono in un mondo profondamente interconnesso, nel quale persone appartenenti a tradizioni religiose e culturali differenti entrano quotidianamente in contatto. La convivenza, tuttavia, non coincide automaticamente con la comprensione reciproca. Le nuove tecnologie possono favorire l’incontro, ma possono anche moltiplicare le occasioni di ostilità, diffondere stereotipi e trasformare le differenze in strumenti di contrapposizione. In questo contesto, lo «Spirito di Assisi» conserva un significato che va oltre la dimensione strettamente religiosa. Invita a considerare il dialogo non come una concessione fatta all’altro, ma come un’esigenza della convivenza umana. Insegna che la fedeltà alla propria identità non deve necessariamente tradursi nella negazione di quella altrui. Ricorda soprattutto che la pace richiede un lavoro costante, fatto di educazione, conoscenza, disponibilità all’ascolto e capacità di riconoscere nell’altro un essere umano prima ancora che il rappresentante di una religione, di una cultura o di una nazione.

La pace come impegno, non soltanto come speranza

A quarant’anni di distanza, il 27 ottobre 1986 rimane una delle immagini più riconoscibili del pontificato di Giovanni Paolo II. Uomini che pregavano in modi differenti, parlavano lingue diverse e appartenevano a tradizioni talvolta separate da secoli di incomprensioni si trovarono, per un giorno, gli uni accanto agli altri. Nessuno aveva rinunciato alla propria fede. Nessuno aveva cancellato le differenze. Eppure tutti avevano accettato di riconoscere nella pace un bene superiore alle contrapposizioni. Il significato di quella giornata non dovrebbe essere ricercato in una presunta soluzione dei problemi del mondo, ma nella dimostrazione che un altro atteggiamento era possibile. Quarant’anni dopo, davanti a conflitti che continuano a mietere vittime e a dividere i popoli, quella testimonianza appare ancora attuale. La pace non può essere affidata soltanto alle dichiarazioni solenni o alle celebrazioni commemorative. Ha bisogno di scelte politiche coraggiose, di giustizia, di responsabilità e di un impegno quotidiano capace di tradurre i principi in comportamenti concreti. Ma ha bisogno anche di una disposizione interiore: la volontà di non considerare inevitabile l’ostilità verso chi è diverso. In fondo, è forse questo il messaggio più duraturo lasciato da Giovanni Paolo II nella città di san Francesco.

Il 27 ottobre 1986, ad Assisi, le religioni non dimostrarono di aver trovato la pace. Dimostrarono che, nonostante le loro differenze, potevano almeno cominciare a cercarla insieme. Ed è una lezione che il mondo, quarant’anni dopo, non può permettersi di dimenticare.

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