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Parlando di Ambiente, Costituzione e Territorio: Intervista ad Alfonso Pecoraro Scanio

Alfonso Pecoraro Scanio
Alfonso Pecoraro Scanio

In un periodo di profonde trasformazioni, nel quale lo sviluppo sostenibile e l’economia circolare rappresentano concetti sacrificati, talvolta a favore del mero profitto economico, abbiamo intervistato Alfonso Pecoraro Scanio, ambientalista ed ex ministro dell’Ambiente e delle Politiche Agricole e Forestali.

L’art.9 della Costituzione tutela l’ambiente, gli ecosistemi e da circa 4 anni gli animali. Crede che il nostro paese dia valore a questo tema?

Ho lavorato per circa vent’anni per ottenere il cambio della Costituzione fin da quando ero Ministro dell’Ambiente. Successivamente ho promosso una petizione per ottenere questa modifica, quindi sono particolarmente contento di aver ottenuto un primo risultato. È ovvio che, come spesso accade, la Costituzione dà una linea di indirizzo. Anche il diritto alla salute o il diritto ad avere un lavoro sono sanciti dalla Costituzione, non è detto che tutto si realizzi. Però è molto importante che, per la prima volta, si è modificato un pezzo dei Principi Fondamentali della Costituzione introducendo la tutela dell’ambiente, le future generazioni, la biodiversità, gli ecosistemi e anche la modifica dell’articolo 41 che pone il tema della salute e dell’ambiente tra gli obiettivi delle attività economiche. La vera importanza sarà trasformare tutto in obblighi per la legislazione ordinaria e per tutti gli altri atti amministrativi. Da qualche anno ho lanciato una campagna per far modificare gli Statuti comunali della Regione Campania introducendo il medesimo principio. Molti comuni hanno cambiato lo statuto. Penso sia un tema importante, ma la strada è ancora lunga.

Il surriscaldamento globale, gli inverni sempre più caldi e l’accumulo della plastica nel Pacifico sono temi che oltre a preoccupare l’umanità sono stati trattati dalla sottoscritta anche in un libro per bambini “A tutta zampa” Diessedizioni, in uscita il prossimo mese. Lei però, come ex ministro dell’ambiente, crede che i governi e le organizzazioni internazionali facciano abbastanza oppure perseguono un mondo in cui si preoccupano solo del profitto economico senza fare granché per prevenire questi e altri problemi degli ecosistemi?

Èevidente che le lobby mondiali, legate ai combustibili fossili, abbiano una grande capacità di persuasione e di azione nei confronti dei governi. Gli ultimi fenomeni negli Stati Uniti d’America, il cui presidente è palesemente sostenuto dalle realtà del petrolio e che ha ritirato gli Stati Uniti dalla Convenzione Mondiale sui cambiamenti climatici, non sono un buon segnale. È altrettanto vero che però, singoli stati a cominciare dalla California ad esempio, non seguono il governo federale e hanno deciso di continuare le politiche di lotta al cambiamento climatico. Il tema è sempre il solito: una parte della classe politica, le lobby, non considera i rischi di estinzione della specie umana. Ero Ministro dell’Ambiente quando per la prima volta la Commissione dell’ONU del Climate Change ottenne il premio Nobel della Pace per aver finalmente acclarato il rapporto tra attività umane e cambiamento climatico. Non c’è solo il cambiamento climatico; lei parlava delle plastiche. C’è l’inquinamento, il degrado, l’uso, come dire, sbagliato dei beni del nostro pianeta che dovrebbero essere usati secondo principi di economia circolare, quindi riusati e non distrutti e con rispetto dei cicli della natura di cui, piaccia o non piaccia, siamo parte.  È come la lotta tra il bene e il male: i cattivi continuano a voler bruciare petrolio fino all’ultima goccia mettendo a repentaglio la sopravvivenza della nostra specie sul pianeta e ci sono, tra virgolette, i buoni, che cercano di ridurre il nostro impatto, fare economia circolare e magari evitare di riempire gli oceani di plastiche.

Sul tema Coldiretti, avete avviato un’iniziativa ICE (iniziativa dei cittadini europei) volta a tracciare l’originalità dei prodotti e alla tutela del Made in Italy. Ad oggi sembrerebbe che il made in Italy abbia qualche difficoltà a farsi strada, continuano le importazioni e i prodotti italiani si trovano ben poco, basti pensare che al supermercato si trovano sempre di più prodotti agricoli stranieri. Perché se l’Italia è considerata il paese dei prodotti di alta qualità, si trovano e si vendono così tanti prodotti esteri?

Non è vero che l’Italia non esporti; l’anno scorso abbiamo realizzato il record dell’export italiano nel mondo. L’Italia è uno dei grandi esportatori di prodotti agroalimentari e chi sta a cercare l’etichetta, trova i prodotti Made in Italy. Le produzioni agroalimentari italiane sono anche le più imitate. L’Italia subisce la cosiddetta — che io definii con un termine che è stato poi ripreso anche dalla Treccani —agropirateria, detta anche Italian Sounding. Si cerca di usare nomi di fantasia italiani o taroccarli — il caso del Parmesan e il Parmigiano è il più noto — così si ingannano i consumatori. L’iniziativa che noi abbiamo realizzato con Coldiretti e Campagna Amica — io presiedo il comitato scientifico di Campagna Amica — è una lotta al “cibo anonimo” anche europeo, anche italiano, perché pure un italiano può fare cibo anonimo. E quindi noi dobbiamo fare in modo che tutti i prodotti abbiano la loro tracciabilità. Significa poter conoscere dove è stata realizzata la materia prima, non il prodotto trasformato. Dov’è la pianta di ulivo da cui nascono quelle olive, il frantoio dove l’oliva è diventata olio extravergine, in modo che ci sia la tracciabilità del cibo. Questo è il nostro obiettivo.

Questo è un problema, per esempio, dei supermercati: quando si va a fare la spesa lì si trova soltanto l’etichetta “Italia”, ma non dicono “coltivato, per esempio, le arance in Calabria o in Sicilia o in Campania”.

Questo è il famoso tema dell’etichetta. Noi vogliamo un’etichetta corretta e completa che riporti l’origine, il luogo dove è nata, dove è stata fatta la produzione e non il luogo dove è stata fatta la trasformazione. Questa è la differenza. Ad esempio, siamo un paese che ha una grande capacità di torrefazione del caffè anche se non produciamo caffè. Quindi non c’è niente di male nell’avere anche una buona capacità di trasformazione, ma bisogna dichiararlo in modo chiaro. Non è accettabile truffare i consumatori mettendo una bandiera italiana quando il prodotto non è italiano, magari è stato solo trasformato in Italia, il che non significa che è diventato italiano.

Recentemente lei ha attaccato la presidente della Commissione Europea circa l’accordo con il Mercosur. Posso chiederle di spiegare ai lettori le sue ragioni in proposito e di dirci anche se ritiene che la Francia, avendo un territorio che confina con il Brasile, potrebbe essere più avvantaggiata da questo accordo?

Semplifichiamo: Libero mercato significa allargare. Se Trump mette i dazi il fatto che l’Europa apra dei liberi mercati è un messaggio positivo rispetto alle follie dell’attuale politica statunitense.

Negativo è se il libero mercato diventa un Far West. C’è differenza tra togliere o ridurre i dazi economici e allentare o addirittura abolire controlli igienico-sanitari, salutistici e di certificazione delle produzioni. Serve reciprocità: noi esportiamo macchinari ma se importiamo carne o colture dobbiamo essere sicuri che non ci siano ormoni o pesticidi e che non siano lavorate da parsone in stato di schiavitù.

Il caporalato, altro argomento molto delicato

Se facciamo la lotta al caporalato da noi, a maggior ragione non possiamo accettare che importiamo prodotti realizzati con un caporalato ancora più drammatico in altri paesi.

Dopo una stagione di investimenti a pioggia durata 5 decenni, sembra che i governi si siano concentrati da un lato su progetti promettenti, ma dall’altro paiono aver lasciato l’agricoltura a sé stessa. Da ex ministro e da uomo del Sud, ci può dire di cosa ha bisogno il Mezzogiorno e l’Italia, per tutelare l’economia agricola e per impedire che certe colture e forme di sostentamento economico delle microimprese agricole spariscano dal nostro Paese avvantaggiando le importazioni, talvolta anche extra UE?

I dati degli ultimi due anni indicano che la Campania ha avuto una crescita del Pil superiore alle altre regioni. C’è stata una crescita. Ora che questo sia in parte dovuto al PNRR, ai soldi che Giuseppe Conte portò, i famosi 200 miliardi portati quando era presidente del Consiglio, è anche questo un pezzo di verità. Quindi dobbiamo vedere cosa succederà quando finiranno i soldi del PNRR. Gli investimenti sono stati fatti ad esempio l’Università di Napoli ha un grande centro di eccellenza che si chiama Agritech, sul quale sono stati investiti 350 milioni, ed è il capofila di tutta l’innovazione agricola che c’è in Italia. Abbiamo dei punti di eccellenza ma anche la necessità di sostenere le piccole e medie attività, soprattutto nelle aree marginali di collina e montagna. Ho chiesto interventi, già durante la campagna elettorale, e sicuramente continuerò ad attivarmi alla nuova Giunta e al presidente Ficco, che però devo dire, su questo è estremamente sensibile perché la battaglia sulla tutela delle aree interne l’avevano già fatta i 5 Stelle anche quando erano all’opposizione della giunta De Luca. Spero che questo possa far convergere tutti. Bisogna aiutare l’agricoltura di collina, di montagna, delle aree interne. Servono incentivi stabili, non un bonus una tantum. Vanno aiutati tutti gli operatori che decidono o di ritornare o di restare nei comuni minori garantendo servizio sanitario, istruzione, sicurezza. Occorre garantire manutenzione delle strade. Io ho proposto più volte che le piccole strade provinciali siano affidate all’Anas o si faccia una convenzione. Non puoi pensare che le persone restino in posti dove con una piccola frana la strada resta bloccata per cinque anni. È intollerabile, lo dico in questi giorni in cui c’è la drammatica vicenda di Niscemi che fa capire cosa possono fare le frane.

Interventi sulle infrastrutture?

Si. L’Italia ha 600 mila frane attive censite dall’Istituto Superiore dell’Agricoltura, dall’ISPRA. Abbiamo più frane in Italia che in tutta Europa. Anziché sprecare soldi sul ponte sullo stretto, investiamoli per creare i cantieri. Da Ministro dell’Ambiente ho finanziato mille cantieri per evitare frane, smottamenti e dissesto idrogeologico. Quindi non si aiutano gli agricoltori solo dando il contributo per l’attività agricola, che pure è importante, ma si aiutano le piccole comunità garantendo interventi infrastrutturali.

Manlio Rossi Doria, in Scritti sul Mezzogiorno scriveva “A realtà diverse politiche diverse”. A quasi 38 anni dalla sua morte, pensa che la politica abbia recepito il suo messaggio?

In tutti i settori il processo riduzione del divario sud-nord non è riuscito come previsto. Effettivamente non si possono fare scelte lineari difronte a situazioni diverse ma un elemento ci dice la differenza che non siamo riusciti a colmare: quello del Servizio Sanitario Nazionale. Sono passati decenni e abbiamo ancora molte persone dal sud che devono andarsi a curare al nord, addirittura adesso con l’Unione Europea pure in Germania. Il livello di assistenza che del mezzogiorno, che pure ha punte di eccellenza e ospedali di grande qualità, ha bisogno di livellamento. Questo come vale per la sanità, vale per le mense scolastiche, vale per gli interventi sul lavoro. Insomma, c’è ancora un’Italia a due, tre, quattro, cinque velocità, in cui il sud ancora arranca. In parte però è anche colpa delle classi dirigenti meridionali che in Campania, ma soprattutto in Calabria, in Sicilia — perché la Campania un po’, devo dire, è riuscita a migliorarsi e così anche la Puglia e la Basilicata — che soffrono ancora in modo più marcato di una difficoltà anche nel rinnovamento delle classi dirigenti.

Infine, se le va di condividere con noi un suo parere sulla Riforma delle magistrature e sull’imminente referendum.

Credo che la nostra Costituzione funzioni, per fortuna. Le modifiche costituzionali non devono essere fatte a colpi di maggioranza con improvvisazione. Questa modifica è stata fatta con maggioranza risicata, solo da una parte dello schieramento, modificando la Costituzione in modo, secondo me, sgangherato. Nel senso che introdurre due CSM con l’idea di migliorare la giustizia, sembra esattamente l’opposto. Si moltiplicano i CSM, si dice che serva per dare più garanzie ai cittadini, ma non abbiamo visto niente che sia scritto in questa riforma, che garantisca velocità di processo, più personale alle strutture, garanzie per i cittadini di avere delle risposte in tempi veloci quando c’è un procedimento giudiziario. Sembra più un messaggio che la politica vuole dare a una parte di magistratura, in qualche modo, e questo non va bene. Quindi la mia posizione è difendere la carta così com’è; va implementata attraverso leggi ordinarie fatte bene, ma non stravolgiamo la carta costituzionale creando danni.

Ringraziamo il professor Alfonso Pecoraro Scanio per la disponibilità e la cortesia.

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