Capita spesso che quando due cose siano in opposizione poi finiscano per diventarne una sola. Proviamo a pensare all’inizio a come erano contrapposti il cristianesimo e l’impero romano, prima di arrivare poi a fondersi in quella religione cattolica, cioè universale, nell’editto di Milano prima e quello di Tessalonica poi. Un destino stravagante quello del rapporto potere-religione nell’epoca imperiale, tanto stravagante quanto quello della democrazia che finisce, suo malgrado ma per sua caratteristica, a prestarsi al gioco del potere che vorrebbe sovvertirla. Del resto la civiltà si basa proprio sul fatto che il “pirata”, colui che non rispetta la legge, deve essere trattato meglio e deve poter vivere in un mondo migliore di quello nel quale lui farebbe vivere gli altri cittadini se fosse lui a dettare la legge. Il 26 giugno 1963 è una delle date simbolo della democrazia, dei suoi limiti, del riconoscimento di essi, dell’ammissione che sì, non è perfetta, ma è la migliore forma di gestione della cosa pubblica che finora siamo riusciti a ipotizzare e realizzare. Quel giorno infatti, un mercoledì di inizio estate, il presidente John Kennedy, al municipio di Schöneberg a Berlino, pronunciò la famosa frase, quella che ha reso celebri la sua persona, il luogo e quella data, imprimendo quel preciso istante sul marmo indelebile della storia: “Tutti gli uomini liberi, ovunque vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso di poter dire: Ich bin ein Berliner”.
C’è chi vuole pensare che Kennedy abbia detto di essere un bombolone a causa di un errore di traduzione, ma si tratta di una goliardia che può far bene alla cronaca solo finché non ignora la realtà. Quel giorno il presidente Kennedy ha voluto ricordare ai Sovietici che non erano i padroni del mondo, perché quel mondo non l’avevano costruito loro e che “la libertà ha molte difficoltà e la democrazia non è perfetta, ma non abbiamo mai dovuto erigere un muro per tenere il nostro popolo dentro, per impedire loro di lasciarci.”
Che si trattasse di un uomo estremamente lungimirante lo si poteva capire. La libertà ha molte difficoltà e la democrazia non è perfetta. La forma di gestione del potere democratica ha la peculiarità di tutelare la critica di sé stessa da parte di chiunque vi sia avverso, ma ha anche la caratteristica di dover garantire a chi critica lo stesso spazio di chi la sostiene. Questo è l’effetto politologico della sindrome di Stoccolma che potremmo chiamare sindrome di Schöneberg. Grazie alla democrazia ci sono dei “cortocircuiti”. Si possono democraticamente eleggere presidenti o cancellieri (si Hitler ha vinto le elezioni ma c’era una casistica particolare) che poi approfittando del potere conferitogli dalla forma democratica tendono a essere lesivi della libertà di espressione e pensiero altrui. Quando una norma smette di essere generale, astratta e positiva per diventare puntuale, concreta e puramente restrittiva di un gruppo selettivo di soggetti, quando la norma penale diventa retroattiva e tutto ciò accade per mano di un presidente o un governo democraticamente eletto, allora si capisce quale è il limite peggiore della democrazia e quanto sia difficile realizzare meccanismi che impediscano la stato di eccezione (per dirla alla Schmitt). Del resto, lo stesso Kelsen ci viene in soccorso sullo stesso tema: laddove esiste una comunità organizzata di individui, il principio di maggioranza è la migliore approssimazione della libertà. Ma Kelsen richiedeva almeno due caratteristiche alla democrazia per essere tale: ha un valore procedurale giusto ma non sempre buono e, in secondo luogo, è indispensabile la tutela delle minoranze. Ciò che è giusto è fatto seguendo una via proceduralmente corretta: una legge approvata dal Parlamento è giusta perché l’organo è eletto in modo democratico e approva le leggi a maggioranza. Il contenuto di quella legge non necessariamente è buono dal momento che il concetto di buono non può essere definito in forma rigorosa. Ci sono però concetti morali ripugnati come ad esempio lo sterminio di massa o anche selettivo degli oppositori politici. Questi concetti non sono buoni ma se approvati da un Parlamento e non propugnati da un fanatico salito democraticamente al potere, possono essere intesi come giusti. Talvolta anche le decisioni di un uomo solo possono essere giuste se adottate in funzione di decreti o ordini esecutivi emanati sulla base di una costituzione approvata in maniera giusta. Se poi l’uomo solo è vittima dell’esaltazione del proprio delirio può continuare a prendere decisioni giuste ma ripugnanti. Questo è il limite della democrazia, la patologia del vivere democratico, la mutazione genetica della libertà per chiunque, di fare politica. Talvolta, in presenza di personalità piccole e disturbate, il prezzo della patologia della democrazia di un popolo è pagato anche da altri. Ma è fisiologico. Anche quando la si vuole vedere come la Common Law, senza un organo di livellamento vero e proprio, alla fine la democrazia ha dei geni nel proprio dna per resistere anche alla pazzia di singoli uomini di potere non più in possesso delle loro capacità intellettive.
Fin qui la patologia del vivere democratico. La politologia che permette a una sola democrazia di condizionare altri popoli è invece qualcosa che può e deve lavorare tanto. Forse a questo livello, più che a livello interno, occorre avere un meccanismo per controbilanciare le patologie del metodo democratico.
Leggi anche C’era una volta il prestigio dei presidenti Usa: Kennedy a Berlino





Ancora nessun commento.