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Il ricordo di Indro Montanelli a 25 anni dalla scomparsa

Indro Montanelli
Indro Montanelli

Il 22 luglio 2001, a Milano, si spegneva all’età di 92 anni Indro Alessandro Raffaello Schizogene Montanelli, giornalista, saggista e scrittore. A un quarto di secolo di distanza, la sua figura continua a rappresentare uno dei punti di riferimento più solidi e discussi del giornalismo italiano del Novecento. Nato a Fucecchio, in provincia di Firenze, il 22 aprile 1909, Montanelli attraversò quasi interamente il secolo con una penna secca, limpida e spesso scomoda, capace di raccontare la storia mentre la viveva.

La formazione e i primi passi

Figlio unico di Sestilio Montanelli, insegnante e poi preside, e di Maddalena Doddoli, appartenente a una famiglia di agiati commercianti, Indro crebbe in un ambiente borghese e colto. Si laureò in giurisprudenza a Firenze nel 1930 (con lode e un anno di anticipo) e successivamente in scienze politiche. Già in gioventù mostrò un’irrequietezza intellettuale che lo portò a frequentare ambienti culturali fiorentini e, dopo un periodo di studi in Francia e in Inghilterra, a esordire come giornalista.

I primi articoli apparvero su riviste come Il Selvaggio e L’Universale. Nel 1934 lavorò come cronista di nera a Parigi per il Paris-Soir, poi passò alla United Press. La vera svolta arrivò con la guerra d’Etiopia: nel 1935 si arruolò volontario e comandò un battaglione di ascari. Da quella esperienza nacquero reportage e il volume XX Battaglione eritreo, che gli diede notorietà ma anche le prime frizioni con il regime.

Gli anni del fascismo, la guerra e la svolta antifascista

Montanelli, come molti della sua generazione, aveva aderito al fascismo. Presto, però, se ne distaccò. Un servizio troppo obiettivo sulla guerra civile spagnola gli costò la radiuzione dall’albo dei giornalisti e l’esclusione dal partito. Venne inviato a insegnare all’Istituto italiano di cultura a Tallinn, in Estonia. Tornato in Italia, nel 1938 fu assunto dal Corriere della Sera, dove rimase, con interruzioni, per decenni.

Durante la Seconda guerra mondiale fu inviato speciale: testimoniò l’invasione della Polonia, i “cento giorni” della Finlandia, e scrisse da Berlino. Dopo l’8 settembre 1943 aderì a Giustizia e Libertà. Catturato dai tedeschi in Val d’Ossola nel febbraio 1944, fu processato, picchiato e condannato a morte. Si salvò grazie all’intervento del cardinale Ildefonso Schuster e riuscì a fuggire in Svizzera. Da quella prigionia nacque il racconto Il generale Della Rovere, poi trasposto in film da Roberto Rossellini (Leone d’oro a Venezia 1959).

Il lungo legame con il Corriere e la maturità giornalistica

Nel dopoguerra Montanelli tornò al Corriere della Sera e ne divenne una delle firme più riconoscibili. Si distinse come inviato (Budapest 1956, tra gli altri) e soprattutto come opinionista. La sua prosa era asciutta, ironica, anti-retorica: odiasse le frasi fatte e i luoghi comuni. Preferiva raccontare i fatti con il piglio del testimone piuttosto che dilungarsi in ideologie.

Accanto al giornalismo sviluppò una vasta produzione di divulgazione storica: Storia di Roma (1957), Storia dei greci (1959) e soprattutto la monumentale Storia d’Italia (in collaborazione, tra gli altri, con Roberto Gervaso e Mario Cervi), che rese accessibile a un pubblico amplissimo secoli di vicende italiane. Fu anche autore di ritratti caustici (Facce di bronzo, Gli incontri) e di libri di memorie.

La rottura con il Corriere e la nascita de Il Giornale

Nel 1973, in disaccordo con la nuova linea più progressista impressa al Corriere da Piero Ottone, Montanelli lasciò il giornale insieme a un gruppo di collaboratori. L’anno successivo fondò Il Giornale nuovo (poi semplicemente Il Giornale), che diresse fino al 1994. Ne fece una testata di orientamento liberale e anticomunista, indipendente dalle grandi famiglie industriali e dai partiti, e capace di attrarre firme prestigiose italiane e straniere.

Il 2 giugno 1977, mentre usciva di casa a Milano, fu gambizzato da un commando delle Brigate Rosse. L’attentato, che lo lasciò ferito ma non piegato, rafforzò la sua immagine di giornalista scomodo e coerente. Continuò a scrivere e a dirigere il giornale, mantenendo una posizione “anarcoconservatrice”, come lui stesso la definiva: contrario al comunismo, diffidente verso le mode intellettuali, attento alla libertà individuale e alla storia concreta degli italiani.

Gli ultimi anni e il ritorno al Corriere

Nel 1994, in contrasto con l’ingresso in politica di Silvio Berlusconi (che era diventato editore de Il Giornale), Montanelli lasciò la testata e fondò La Voce. L’esperienza durò poco più di un anno. Tornò allora al Corriere della Sera, dove tenne fino alla fine la rubrica La stanza di Montanelli, un dialogo diretto e spesso pungente con i lettori.

Morì il 22 luglio 2001 nella clinica La Madonnina di Milano. Pochi giorni prima aveva dettato il proprio necrologio, pubblicato in prima pagina dal Corriere: un testo asciutto, senza retorica, in cui ringraziava i lettori e chiedeva di essere cremato e deposto accanto alla madre nella cappella di famiglia a Fucecchio.

Perché è diventato uno dei giornalisti più famosi d’Italia

Montanelli non fu mai un ideologo di partito né un cortigiano del potere. La sua fama nacque da una combinazione rara: lucidità di scrittura, indipendenza di giudizio e capacità di parlare a un pubblico larghissimo senza semplificare. Fu testimone diretto di quasi tutti i grandi eventi del secolo – dalla guerra d’Etiopia a Budapest ’56, dagli anni di piombo alla fine della Prima Repubblica – e seppe tradurli in racconti chiari, memorabili, privi di orpelli. La sua Storia d’Italia educò generazioni di lettori. Le sue rubriche e i suoi editoriali formarono un’opinione pubblica che cercava una voce critica verso destra e sinistra. Fu apprezzato (e a volte criticato) da entrambi gli schieramenti proprio perché non apparteneva pienamente a nessuno. Il suo stile – breve, preciso, ironico – divenne modello per intere generazioni di giornalisti. Anche chi non ne condivideva le posizioni politiche riconosceva in lui un maestro della lingua e del mestiere. A venticinque anni dalla morte, Indro Montanelli resta una figura di riferimento non perché fosse infallibile o esente da contraddizioni (il rapporto giovanile con il fascismo e alcuni episodi coloniali continuano a essere oggetto di discussione), ma perché incarnò un’idea di giornalismo come servizio alla verità e al lettore, non al potere o all’ideologia. In un’epoca di polarizzazione e di comunicazione accelerata, la sua lezione di indipendenza e di sobrietà stilistica continua a apparire straordinariamente attuale.

Leggi anche Indro Montanelli: Il ricordo 24 anni dopo la sua morte

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