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Ogni stretto è un punto strategico del mondo tra natura e opere dell’uomo

Lo stretto di Hormuz a sinistra. Al centro il canale di Suez. A destra il canale di Panama
Lo stretto di Hormuz a sinistra. Al centro il canale di Suez. A destra il canale di Panama

Gli stretti marittimi e i canali che li completano rappresentano le vere arterie del commercio globale. Quasi l’80% delle merci mondiali viaggia via mare, e questi passaggi obbligati determinano tempi, costi e sicurezza delle rotte. Alcuni sono doni della geografia, stretti naturali modellati da millenni di tettonica e erosione. Altri sono stati creati dall’ingegno umano per superare barriere continentali e accorciare distanze altrimenti proibitive. Tra i più importanti spiccano sia gli uni sia gli altri, e la loro vulnerabilità è oggi più evidente che mai, soprattutto guardando allo Stretto di Hormuz.

Lo Stretto di Hormuz, il gigante naturale dell’energia

Situato tra Iran e Oman, lo Stretto di Hormuz è un passaggio naturale largo appena 40 chilometri nel punto più stretto. Collega il Golfo Persico al Golfo di Oman e all’Oceano Indiano. La sua importanza deriva dal fatto che vi transita circa un quinto del petrolio mondiale consumato ogni giorno, oltre a grandi volumi di gas naturale liquefatto. Arabia Saudita, Emirati, Iraq e Kuwait dipendono quasi interamente da questa via per esportare il loro greggio verso Asia, Europa e Americhe. Senza alternative praticabili a breve termine, una sua chiusura provocherebbe immediatamente rincari energetici globali e interruzioni nelle catene di fornitura.

Altri stretti naturali di rilevanza globale

Accanto a Hormuz, lo Stretto di Malacca, tra Malesia, Singapore e Indonesia, funge da ponte tra Oceano Indiano e Mar Cinese Meridionale: vi passa circa un quarto del commercio mondiale e un terzo del petrolio marittimo. Più a ovest, lo Stretto di Bab el-Mandeb controlla l’accesso al Mar Rosso e quindi al Canale di Suez, mentre lo Stretto di Gibilterra garantisce l’ingresso nel Mediterraneo dall’Atlantico. Gli Stretti Turchi (Bosforo e Dardanelli) collegano invece il Mar Nero al Mediterraneo, rivelandosi decisivi per il grano ucraino e russo e per le esportazioni energetiche del Caspio.

Il Canale di Suez, capolavoro francese dell’Ottocento

Passando alle opere create dall’uomo, il Canale di Suez incarna perfettamente il concetto di “stretto artificiale”. Scavato tra il 1859 e il 1869 dall’ingegnere francese Ferdinand de Lesseps su incarico del kedivè egiziano Said Pasha, fu inaugurato il 17 novembre 1869 con una fastosa cerimonia internazionale. L’obiettivo era chiaro: collegare direttamente Mediterraneo e Mar Rosso, evitando il periplo dell’Africa via Capo di Buona Speranza e risparmiando fino a 8.900 chilometri di navigazione tra Europa e Asia. Nazionalizzato dall’Egitto nel 1956, ampliato più volte (l’ultima grande espansione nel 2015), oggi gestisce circa il 12-14% del commercio marittimo mondiale. Rimane essenziale per container, petrolio e merci tra Estremo Oriente e Europa, dimostrando che un canale scavato 156 anni fa conserva intatta la sua centralità strategica.

Il Canale di Panama, l’ambizione americana

Dall’altra parte del mondo, il Canale di Panama rappresenta un altro trionfo dell’ingegneria umana. I francesi tentarono per primi tra il 1881 e il 1889, ma fallirono per malattie e difficoltà tecniche. Gli Stati Uniti, sotto Theodore Roosevelt, subentrarono nel 1904, completando l’opera nel 1914 dopo dieci anni di lavori titanici. Il progetto, con il suo sistema di chiuse che superano i dislivelli tra i due oceani, nacque per collegare Atlantico e Pacifico senza doppiare Capo Horn, riducendo drasticamente tempi e rischi per la marina e il commercio statunitense. Restituito a Panama nel 1999 e ampliato nel 2016, continua a movimentare una quota rilevante del traffico containeriale tra le coste americane e tra Asia e costa orientale degli Stati Uniti. Nonostante periodiche sfide legate alla siccità, resta un pilastro insostituibile delle rotte transoceaniche.

La crisi attuale di Hormuz e la lezione per il futuro

Proprio mentre scriviamo, nel marzo 2026, lo Stretto di Hormuz vive una delle sue ore più drammatiche. Dopo gli attacchi congiunti Stati Uniti-Israele contro l’Iran, che hanno portato alla morte del leader supremo Ali Khamenei, Teheran ha risposto con minacce esplicite dell’IRGC e azioni dirette contro navi. Il traffico di petroliere si è praticamente azzerato: centinaia di imbarcazioni sono ancorate in attesa, alcune cisterna sono state colpite o danneggiate, le compagnie di assicurazione hanno ritirato le coperture e i prezzi del petrolio sono schizzati verso l’alto. Fonti ufficiali parlano di un blocco de facto, anche se alcune autorità marittime occidentali sostengono che il passaggio resti formalmente aperto. Il rischio di uno shock energetico simile a quello degli anni Settanta è concreto, nonostante le basi siano profondamente diverse con i paesi Opec che durante la guerra del Kippur si schierarono contro Israele contrariamente a quanto hanno fatto oggi.

Questa crisi ricorda a tutti che i grandi colli di bottiglia – naturali o artificiali – non sono solo infrastrutture, ma leve geopolitiche. La loro sicurezza dipende da equilibri fragili, e la loro interruzione può ridisegnare in pochi giorni mappe economiche globali. Per questo, mentre il mondo osserva con apprensione Hormuz, la diversificazione delle rotte, gli investimenti in capacità alternative e una diplomazia efficace rimangono gli strumenti più efficaci per tutelare il flusso vitale del commercio marittimo. I passaggi che abbiamo ereditato dalla natura o costruito con sudore umano continuano a dettare il ritmo dell’economia mondiale: ignorarli significa mettere a rischio la prosperità di tutti.

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